Ieri, oggi e domani è sempre l'onomastico del topo. Non che ci sia qualche santo in particolare con questo nome bizzarro. Piuttosto, si tratta di una continua celebrazione del topo di fogna, laddove il topo è l'uomo e la fogna la città in cui vive. Mettete da parte, dunque, le classiche definizioni che i vocabolari danno di questa parola e leggete fra le lettere il vero significato del termine. Dopo di che, scendete per strada e andate a festeggiare il primo topo che incontrate.
Il topo che fa l'onomastico può avere le sembianze di un piccolo topolino di campagna, che si infila nella casa altrui e rosicchia il formaggio messo sul tavolo a stagionare, laddove il topolino è il ladruncolo abituale, la casa è la macchina di qualcuno e il formaggio è la borsa lasciata tranquillamente nel portabagagli.
Oppure, il topo in questione è un topo grosso e brutto, praticamente un ratto, che trova un pezzo di cibo avariato nei pressi di un cassonetto della spazzatura e scaccia con arroganza tutti gli altri topi che si avvicinano al suo pasto, laddove il grosso topo è l'autista di un suv, il pezzo di cibo è un parcheggio in doppia fila, il cassonetto è un'area di sosta riservata agli invalidi e tutti gli altri topi sono gli automobilisti che non riescono a passare in quel'angusto spazio che c'è fra la doppia fila e il ciglio della strada.
Oppure ancora, potreste assistere ad una scena nella quale un topo di taglia media digrigna i denti nei confronti di un altro topo di eguale misura, perché quest'ultimo ha sfiorato inavvertitamente la coda del primo con la sua, e intanto, intorno a loro, si radunano altri topi per assistere alla scena, in attesa di mangiare i resti del litigante sconfitto, laddove il primo topo medio è un uomo medio che passeggia, il topo che l'ha urtato è un uomo in motorino e tutti gli altri topi sono i passanti tutt'altro che indaffarati, che giudicano e commentano l'accaduto, formando un drappello che occupa l'intera strada.
Proprio quella strada in cui si trovano il piccolo topolino, la casa col formaggio, il topo grosso e brutto, il pezzo di cibo accanto al cassonetto e i topi allontanati con rabbia dal ratto puzzolente. Su quella strada, infine, ci siete pure voi, per un motivo che avete già dimenticato, tanto è il disgusto per quella enorme fogna in cui avete messo piede.
Allora tornate subito a casa, con l'unico desiderio di chiamare la derattizzazione e farla finita con tutti quei topi, una volta per tutte.
Per festeggiare il toponomastico, d'altronde, c'è anche domani.
lunedì 16 aprile 2012
domenica 15 aprile 2012
Ho i piedi adatti per camminare sulle stelle.
Non scrivo da un pò. Perché, per adesso, ho preferito affacciarmi dalla finestra della mia stanza e guardare le stelle. Anche quando piove e il cielo carico di nuvole prova a nasconderle. Ma l'oscurità, che arriva sempre prima della luce, e sta lì ad aspettarla, ogni volta, di fronte alle stelle, si fa da parte. E si squarcia, in miriadi di buchi lucenti che brillano senza una direzione precisa.
Immagino di camminare su quelle stelle, di usarle come ponte magico per arrivare da te. Ogni volta che sento il bisogno di abbracciarti, ogni volta che desidero vederti, ogni volta che capisco dalla tua voce cosa significa essere felici, perché ormai siamo uno dentro l'altra e ogni mattina ci svegliamo assieme, anche se in letti diversi.
E così, un passo dopo l'altro, su sentieri che illuminano il mondo intero e che, stavolta, riesco a vedere solo io. Ho come una bussola nella testa, che non segna il nord, ma si muove solo quando, ridendo con l'anima, sentiamo quella piccola scossa lungo la schiena che vuol dire vita.
Seguo quei puntini bianchi, mettendo con attenzione i piedi al centro di ogni piccola forma celeste che incontro, per non cadere e dover ricominciare daccapo. Ho i piedi adatti per camminare sulle stelle, me lo dici sempre, prendendomi in giro. Io dapprima metto il muso, poi guardo i miei piedi grossi e piatti e rido pure io. In equilibrio, dunque, salgo, corro, scendo, mi piego, rallento, fino ad arrivare a te.
Che mi aspetti dietro la porta, che apri solo appena capisci che sto per arrivare, mentre mi accingo a salire quell'ultima rampa di scale. E allora ti vedo, in cima, che mi sorridi. E resto lì, fermo, per qualche secondo, a guardarti. Spettatore di uno spettacolo in scena solo per me.
E poi, superato l'ultimo gradino, mi fermo di nuovo, a pochi millimetri dal tuo viso. Per respirare il tuo profumo e lasciarlo entrare dentro di me, per farlo scorrere nel mio sangue, fino al cuore. E infine ti bacio.
Ma ancora non ti posso abbracciare. Ho in mano una stella, che ho preso lungo il cammino e che ti voglio regalare.
Immagino di camminare su quelle stelle, di usarle come ponte magico per arrivare da te. Ogni volta che sento il bisogno di abbracciarti, ogni volta che desidero vederti, ogni volta che capisco dalla tua voce cosa significa essere felici, perché ormai siamo uno dentro l'altra e ogni mattina ci svegliamo assieme, anche se in letti diversi.
E così, un passo dopo l'altro, su sentieri che illuminano il mondo intero e che, stavolta, riesco a vedere solo io. Ho come una bussola nella testa, che non segna il nord, ma si muove solo quando, ridendo con l'anima, sentiamo quella piccola scossa lungo la schiena che vuol dire vita.
Seguo quei puntini bianchi, mettendo con attenzione i piedi al centro di ogni piccola forma celeste che incontro, per non cadere e dover ricominciare daccapo. Ho i piedi adatti per camminare sulle stelle, me lo dici sempre, prendendomi in giro. Io dapprima metto il muso, poi guardo i miei piedi grossi e piatti e rido pure io. In equilibrio, dunque, salgo, corro, scendo, mi piego, rallento, fino ad arrivare a te.
Che mi aspetti dietro la porta, che apri solo appena capisci che sto per arrivare, mentre mi accingo a salire quell'ultima rampa di scale. E allora ti vedo, in cima, che mi sorridi. E resto lì, fermo, per qualche secondo, a guardarti. Spettatore di uno spettacolo in scena solo per me.
E poi, superato l'ultimo gradino, mi fermo di nuovo, a pochi millimetri dal tuo viso. Per respirare il tuo profumo e lasciarlo entrare dentro di me, per farlo scorrere nel mio sangue, fino al cuore. E infine ti bacio.
Ma ancora non ti posso abbracciare. Ho in mano una stella, che ho preso lungo il cammino e che ti voglio regalare.
mercoledì 29 febbraio 2012
Non saprei dargli un titolo.
Ho fra le mani il mio futuro. Più chiaro di così. Un motivo in più per dire che colui che ha molte domande alla fine avrà tutte le risposte che cercava. E che a volte coincidono con quelle che sperava. E quando le domande sono lucide, come il vetro di una finestra appena lavato, ecco che quello che c'è fuori si vede con una chiarezza che davvero sembra tutto finto.
Sebbene nulla sia certo nella vita, tranne la morte, che però non è vita e perciò non conta, a volte capita di sapere già tutto prima di tutti, all'improvviso, come un dono innato che ci ha fatto qualcuno, o che abbiamo trovato a terra, e che di solito era proprio davanti agli occhi, ma non ce ne siamo accorti per tanto tempo, tanto era vicino.
Potrebbe non piacere. Oppure essere qualcosa che va davvero oltre ogni aspettativa. Dipende dal carattere di ciascuno, o da dove getta lo sguardo quando si affaccia da un balcone sul mare. Il fatto di guardare per prima cosa la spiaggia sotto o l'orizzonte dello stesso colore del cielo di fronte è decisivo e dirimente, anche se non sembra.
E insomma, pare che alla fine ognuno, anche solo per un istante, riuscirà a vedere il proprio futuro o a scorgerne i contorni. O comunque ad averne coscienza, ad avvertirne anche solo la presenza o a sentirne l'odore.
Io so, ad esempio, che sarò con te, ovunque sarò e qualunque cosa farò, ma con te. E avrà il colore dell'arcobaleno, l'immagine dei tuoi occhi e del tuo sorriso e il profumo di pane appena sfornato e rose non ancora appassite.
Sebbene nulla sia certo nella vita, tranne la morte, che però non è vita e perciò non conta, a volte capita di sapere già tutto prima di tutti, all'improvviso, come un dono innato che ci ha fatto qualcuno, o che abbiamo trovato a terra, e che di solito era proprio davanti agli occhi, ma non ce ne siamo accorti per tanto tempo, tanto era vicino.
Potrebbe non piacere. Oppure essere qualcosa che va davvero oltre ogni aspettativa. Dipende dal carattere di ciascuno, o da dove getta lo sguardo quando si affaccia da un balcone sul mare. Il fatto di guardare per prima cosa la spiaggia sotto o l'orizzonte dello stesso colore del cielo di fronte è decisivo e dirimente, anche se non sembra.
E insomma, pare che alla fine ognuno, anche solo per un istante, riuscirà a vedere il proprio futuro o a scorgerne i contorni. O comunque ad averne coscienza, ad avvertirne anche solo la presenza o a sentirne l'odore.
Io so, ad esempio, che sarò con te, ovunque sarò e qualunque cosa farò, ma con te. E avrà il colore dell'arcobaleno, l'immagine dei tuoi occhi e del tuo sorriso e il profumo di pane appena sfornato e rose non ancora appassite.
giovedì 9 febbraio 2012
Immaginate.
Immaginate, per un attimo, che tutto intorno a voi si fermi e si condensi in un'atmosfera ovattata e silenziosa di eccezionale intensità. Una sorta di estasi stradale, di domenica ecologica del caos, di nirvana dei martelli pneumatici. Come se tutte le voci fossero narcotizzate, incapaci di venir fuori con la solita regolarità; come se i corpi degli uomini si bloccassero, dopo aver succhiato l'ultima goccia di carburante divino; come se tutte le cose meccaniche o elettriche che normalmente schiamazzano nei dintorni si assopissero, in un sonno improvviso e senza spiegazione.
Non esisterebbero più i concetti di velocità, urla, movimento, che diventerebbero solo un ricordo, impossibilitato a trovare nella realtà un referente concreto. Nel nulla dei sensi, l'unico a funzionare sarebbe la vista. I vostri occhi schizzerebbero nelle orbite con una rapidità allucinante, stimolati a rendere al massimo per compensare l'assenza del resto. E coglierebbero questo strano spettacolo, trasmettendo al cervello immagini e sensazioni splendide e terribili al tempo stesso.
Ecco, immaginate tutto questo. Ognuno fermo nel luogo e nell'attimo in cui hanno avuto inizio il torpore e il silenzio, capace solo di osservare, pensare, riflettere e soffrire, perché l'uomo privo di azione e di contatto è come una rosa nascosta che nessuno può guardare.
Ma è davvero quello che desiderate? Serve tutto ciò per placare le ansie e la stanchezza, per avere consapevolezza di se stessi e capire le proprie emozioni? Per condividere un'idea anche stupida con la prima persona che si ha a tiro? Per far esplodere ordigni inesplosi, soffocati dentro voi stessi per paura del baccano che farebbero? Per sentire il sangue che scorre nelle proprie vene, il cuore che batte all'impazzata e lasciarsi affascinare dal creato?
Non credo proprio. Piuttosto, pensate al mondo col sorriso, senza che gli effetti dello scorrere del tempo e dell'evoluzione dell'uomo possano anche solo sfiorare la vostra idea di felicità.
Che è universale, e supera i confini dell'esistenza. Soprattutto quando si forma guardando negli occhi la persona che si ama.
Non esisterebbero più i concetti di velocità, urla, movimento, che diventerebbero solo un ricordo, impossibilitato a trovare nella realtà un referente concreto. Nel nulla dei sensi, l'unico a funzionare sarebbe la vista. I vostri occhi schizzerebbero nelle orbite con una rapidità allucinante, stimolati a rendere al massimo per compensare l'assenza del resto. E coglierebbero questo strano spettacolo, trasmettendo al cervello immagini e sensazioni splendide e terribili al tempo stesso.
Ecco, immaginate tutto questo. Ognuno fermo nel luogo e nell'attimo in cui hanno avuto inizio il torpore e il silenzio, capace solo di osservare, pensare, riflettere e soffrire, perché l'uomo privo di azione e di contatto è come una rosa nascosta che nessuno può guardare.
Ma è davvero quello che desiderate? Serve tutto ciò per placare le ansie e la stanchezza, per avere consapevolezza di se stessi e capire le proprie emozioni? Per condividere un'idea anche stupida con la prima persona che si ha a tiro? Per far esplodere ordigni inesplosi, soffocati dentro voi stessi per paura del baccano che farebbero? Per sentire il sangue che scorre nelle proprie vene, il cuore che batte all'impazzata e lasciarsi affascinare dal creato?
Non credo proprio. Piuttosto, pensate al mondo col sorriso, senza che gli effetti dello scorrere del tempo e dell'evoluzione dell'uomo possano anche solo sfiorare la vostra idea di felicità.
Che è universale, e supera i confini dell'esistenza. Soprattutto quando si forma guardando negli occhi la persona che si ama.
venerdì 3 febbraio 2012
Neve.
La neve mi circonda. È soffice, bianca, come la panna montata. Ricopre ogni cosa, avvolgendola in un manto candido che consola. Ed è un tutt’uno col cielo. Bianco anche lui, ma meno soffice, adesso che non ci sono le nuvole.
Vorrei gettarmi lì, in quel chiarore lattiginoso, come un bambino fa con la sabbia della riva del mare, lasciando impronte e segni qua e là, frutto dell’istante che guida il mio corpo al posto della mente, ancora incantata per tutta questa neve.
E poi fissare ciò che ho intorno. Immaginando di avere una tavolozza in mano e tutto il tempo necessario per ridipingere il paesaggio come mi pare. Un foglio bianco da reinventare. Come facevo da bambino, appunto. Disegnando a tinte assurde persone e cose. E ricevendo comunque complimenti per non essere uscito fuori dai bordi.
Poi penso ai fiocchi che ci hanno sorpreso quella sera. Quando il freddo e il vento gelido non ci impedivano di lasciare in tasca i guanti e tenerci ugualmente per mano. Per sentire il calore del sangue che scorreva impetuoso, nonostante tutto. E ricordarci che anche da svegli si può essere felici, senza dover attendere i sogni.
Poi, all’improvviso, tutto si è fermato ed è arrivata lei, la neve. Che è scesa uniforme e ci ha ricoperto pian piano. Creando un paesaggio di un solo colore, al solo fine di far risaltare i nostri corpi e le nostre immagini. Ma soprattutto i tuoi occhi e il tuo sorriso. Che sono incredibili e colorano il mondo.
Che di solito è nero, oggi bianco.
Ma che per me, guardandoti, è sempre un arcobaleno.
Vorrei gettarmi lì, in quel chiarore lattiginoso, come un bambino fa con la sabbia della riva del mare, lasciando impronte e segni qua e là, frutto dell’istante che guida il mio corpo al posto della mente, ancora incantata per tutta questa neve.
E poi fissare ciò che ho intorno. Immaginando di avere una tavolozza in mano e tutto il tempo necessario per ridipingere il paesaggio come mi pare. Un foglio bianco da reinventare. Come facevo da bambino, appunto. Disegnando a tinte assurde persone e cose. E ricevendo comunque complimenti per non essere uscito fuori dai bordi.
Poi penso ai fiocchi che ci hanno sorpreso quella sera. Quando il freddo e il vento gelido non ci impedivano di lasciare in tasca i guanti e tenerci ugualmente per mano. Per sentire il calore del sangue che scorreva impetuoso, nonostante tutto. E ricordarci che anche da svegli si può essere felici, senza dover attendere i sogni.
Poi, all’improvviso, tutto si è fermato ed è arrivata lei, la neve. Che è scesa uniforme e ci ha ricoperto pian piano. Creando un paesaggio di un solo colore, al solo fine di far risaltare i nostri corpi e le nostre immagini. Ma soprattutto i tuoi occhi e il tuo sorriso. Che sono incredibili e colorano il mondo.
Che di solito è nero, oggi bianco.
Ma che per me, guardandoti, è sempre un arcobaleno.
sabato 28 gennaio 2012
Gente che mastica.
La gente mastica dappertutto. In questo momento, davanti a me, sul treno, una signora, più vecchia che giovane, ma comunque vecchia, sta masticando rumorosamente il suo chewing-gum. Che noi, in Sicilia, chiamiamo "masticante", e non "masticata" (o "masticandura est", rispolverando il latino), come forse sarebbe più giusto.
C'è chi mastica a lezione. Mentre spiega, intendo. Alternando parole a rapidi colpi di molare, credendo di attirarsi così la simpatia del giovane uditorio, invece disgustato da quel misto di finzione e nozioni a casaccio, destinato a dissolversi in una bolla di sapone, anzi in un palloncino, di chewing-gum.
C'è chi mastica mentre corre. Sputando saliva e sudore, distrae l'acido lattico, che, rallentato dalla curiosità di un così strano fenomeno, ritarda la sua solitamente puntuale invasione dei muscoli in uso. I famosi "rallentamenti per curiosi", generati, questa volta, da un tamponamento a catena fra denti e chewing-gum.
C'è chi mastica per noia, per ingannare il tempo tra un nulla e un altro, senza sapere che, in realtà, è il tempo che sta ingannando lui. E chi mastica per stress o per rabbia, scaricando in un chewing-gum pensieri e dubbi, lacrime e botte, come un pugile che colpisce solo col para-denti colorato, sfogandosi contro quella massa informe che ha in bocca, con le mani legate dietro la schiena e l'unico avversario di fronte a sè, riflesso in uno specchio.
C'è chi mastica a bocca aperta, mostrando a tutti di che pasta è fatto, cioè di chewing-gum, che, una volta sputato, si rattrappisce e assume il colore della superficie su cui si poggia, di solito la strada. E chi mastica con la bocca chiusa, concentrato in un silenzio interiore che contrasta col rumore regolare del ruminare, che infatti è uno scioglilingua, se letto sovrappensiero.
Il fatto che l'intero pianeta, a conti fatti, mastichi di continuo, mi fa pensare a quanto sarebbe bello se tutti rispettassero l'elementare regola del galateo secondo cui non si parla con la bocca piena. Allora ci sarebbe silenzio, che invita alla riflessione. Un silenzio rotto solo da uno schiocco improvviso. Quello del mondo che, da buon palloncino di chewing-gum qual è, ad un certo punto si riempie troppo di aria e parole vuote, ed esplode.
C'è chi mastica a lezione. Mentre spiega, intendo. Alternando parole a rapidi colpi di molare, credendo di attirarsi così la simpatia del giovane uditorio, invece disgustato da quel misto di finzione e nozioni a casaccio, destinato a dissolversi in una bolla di sapone, anzi in un palloncino, di chewing-gum.
C'è chi mastica mentre corre. Sputando saliva e sudore, distrae l'acido lattico, che, rallentato dalla curiosità di un così strano fenomeno, ritarda la sua solitamente puntuale invasione dei muscoli in uso. I famosi "rallentamenti per curiosi", generati, questa volta, da un tamponamento a catena fra denti e chewing-gum.
C'è chi mastica per noia, per ingannare il tempo tra un nulla e un altro, senza sapere che, in realtà, è il tempo che sta ingannando lui. E chi mastica per stress o per rabbia, scaricando in un chewing-gum pensieri e dubbi, lacrime e botte, come un pugile che colpisce solo col para-denti colorato, sfogandosi contro quella massa informe che ha in bocca, con le mani legate dietro la schiena e l'unico avversario di fronte a sè, riflesso in uno specchio.
C'è chi mastica a bocca aperta, mostrando a tutti di che pasta è fatto, cioè di chewing-gum, che, una volta sputato, si rattrappisce e assume il colore della superficie su cui si poggia, di solito la strada. E chi mastica con la bocca chiusa, concentrato in un silenzio interiore che contrasta col rumore regolare del ruminare, che infatti è uno scioglilingua, se letto sovrappensiero.
Il fatto che l'intero pianeta, a conti fatti, mastichi di continuo, mi fa pensare a quanto sarebbe bello se tutti rispettassero l'elementare regola del galateo secondo cui non si parla con la bocca piena. Allora ci sarebbe silenzio, che invita alla riflessione. Un silenzio rotto solo da uno schiocco improvviso. Quello del mondo che, da buon palloncino di chewing-gum qual è, ad un certo punto si riempie troppo di aria e parole vuote, ed esplode.
giovedì 12 gennaio 2012
Riflessioni sui treni.
Ho scoperto di amare i treni. Infatti sono stato subito sottoposto a test psichiatrici dopo questa affermazione. Mi piace quell'odore di usato misto a ferro e polvere, che mi sale nel cervello e mi catapulta in un'epoca passata, quando fuorilegge a cavallo assalivano treni lentissimi quasi sempre carichi d'oro, sparando in aria per far paura, credo agli uccelli. Ecco, tutti, di solito, quando si trovano davanti all'unico reperto storico di tale evento, ossia un film western, guardano all'intera scena per vedere entro quando le poche guardie del treno capitoleranno. Io, invece, guardo al treno, indifeso e vittima sacrificale di turno. E penso a tutto ciò quando entro in un treno di oggi, sporco e polveroso come quello descritto. E con lo stesso buon odore. Considerazione che spiega quella lettera minatoria pervenutami qualche tempo fa a nome di un noto profumiere cittadino venuto a conoscenza per caso delle mie elucubrazioni da binario morto.
Mi piace vedere la gente che sale e che scende, ognuno con una propria vita e un proprio obiettivo, che di solito coincide col mio, ossia arrivare a destinazione. Però è bello immaginarne il mestiere, la famiglia, la derivazione sociale, l'hobby, se ha un cane, quante volte fa la cacca in una settimana e se quando si siede a tavola dice buon appetito. Insomma, ogni tanto mi fisso con qualcuno, solitamente per una strana somiglianza con un personaggio della tv, e provo a ricostruirne l'esistenza. Forse è per questo che nessuno ha mai attaccato bottone con me su un treno, come avviene di solito, più per mancanza di alternative valide che per altro (chi sale sul treno senza almeno un quotidiano è spacciato, non sa che fare e deve parlare con qualcuno, sennò impazzisce). Perché appunto sono invadente. Solo con lo sguardo, si intende. Ma tanto basta a distinguermi dal passeggero taciturno che guarda fuori, subito accalappiato dall'oratore di turno, incuriosito dai segreti e dai pensieri nascosti così abilmente dal malcapitato conviviale appena conosciuto. Che poi magari era un appassionato di botanica, rimasto colpito dalle eccezionali coltivazioni del paesaggio circostante e basta.
Il paesaggio fuori, in effetti. Veloce, immediato, trasformista. Alberi a cento all'ora, case che svaniscono all'improvviso, persone ferme in macchina nel traffico. Così imparano a non prendere i treni. I miei occhi fanno ovviamente fatica a stare dietro a tutto questo. Penso che sul treno, ancor più che sull'aereo - dal quale, se ci fate caso, si assiste allo scorrere del paesaggio che è di un lento esasperante - ecco, su quel mezzo sulle rotaie si apprezza davvero il tempo che passa e la Terra che gira. E il vomito del bambino accanto a te che ha provato a guardare fuori per più di tre secondi, dopo l'ennesima brioscina ingollata per ordine perentorio della madre.
E qui arriva il capitolo cibo. Su un treno si mangia di tutto. Dalla pasta al classico panino, dalle patatine al cioccolato. Verso l'ora di pranzo, una carrozza del treno diventa l'albero della cuccagna, la fiera gastronomica del paese, il paradiso degli obesi, la trattoria dei viaggiatori. Una goduria per la vista. E a volte anche per il palato, quando qualcuno ti offre un pasticcino apparso per magia assieme a tanti suoi fratellini colorati sul sedile accanto al tuo. Che si somma a tutto quello che hai già ingurgitato qualche ora prima, per un'improvvisa fame, che si è scatenata senza motivo appena seduto al tuo posto. E' impressionante come la fame sia inversamente proporzionale al moto. Poi bevi, tanto. E quindi devi pisciare. In un bagno che, in verità, rimane fra le pochissime cose, in questo pianeta, a non essere (ancora) patrimonio dell'Unesco.
E infine l'aria della carrozza del treno. Densa, afosa, vissuta, che piano piano ti appanna la vista, finché non riesci a vedere più i contorni dei tuoi compagni di viaggio, che diventano fantasmi ai tuoi occhi, seppur vestiti e non con un semplice lenzuolo bianco di sopra. Un pò come i personaggi dei libri, che ognuno crede di immaginare durante la lettura, ma poi, al confronto con l'immancabile film ispirato a quelle pagine innocenti, improvvisamente vengono dimenticati, non si ricordano più come prima. E si finisce per dubitare, in effetti, di averli pensati sul serio, con una faccia, un corpo, qualche difetto qua e là e le smorfie giuste al momento giusto.
Queste sono le mie riflessioni sui treni. Cioè fatte sui treni. Anche materialmente, intendo. Forse si spiega, allora, perché, quando scendo da quel mezzo senza ruote, antico e sicuro, artificiale ma perfettamente calato nella natura, cavo ma pieno, che unisce persone e luoghi, ecco, mi assale un pò di malinconia. Un pò come i fuorilegge facevano coi treni nel Far West.
Mi piace vedere la gente che sale e che scende, ognuno con una propria vita e un proprio obiettivo, che di solito coincide col mio, ossia arrivare a destinazione. Però è bello immaginarne il mestiere, la famiglia, la derivazione sociale, l'hobby, se ha un cane, quante volte fa la cacca in una settimana e se quando si siede a tavola dice buon appetito. Insomma, ogni tanto mi fisso con qualcuno, solitamente per una strana somiglianza con un personaggio della tv, e provo a ricostruirne l'esistenza. Forse è per questo che nessuno ha mai attaccato bottone con me su un treno, come avviene di solito, più per mancanza di alternative valide che per altro (chi sale sul treno senza almeno un quotidiano è spacciato, non sa che fare e deve parlare con qualcuno, sennò impazzisce). Perché appunto sono invadente. Solo con lo sguardo, si intende. Ma tanto basta a distinguermi dal passeggero taciturno che guarda fuori, subito accalappiato dall'oratore di turno, incuriosito dai segreti e dai pensieri nascosti così abilmente dal malcapitato conviviale appena conosciuto. Che poi magari era un appassionato di botanica, rimasto colpito dalle eccezionali coltivazioni del paesaggio circostante e basta.
Il paesaggio fuori, in effetti. Veloce, immediato, trasformista. Alberi a cento all'ora, case che svaniscono all'improvviso, persone ferme in macchina nel traffico. Così imparano a non prendere i treni. I miei occhi fanno ovviamente fatica a stare dietro a tutto questo. Penso che sul treno, ancor più che sull'aereo - dal quale, se ci fate caso, si assiste allo scorrere del paesaggio che è di un lento esasperante - ecco, su quel mezzo sulle rotaie si apprezza davvero il tempo che passa e la Terra che gira. E il vomito del bambino accanto a te che ha provato a guardare fuori per più di tre secondi, dopo l'ennesima brioscina ingollata per ordine perentorio della madre.
E qui arriva il capitolo cibo. Su un treno si mangia di tutto. Dalla pasta al classico panino, dalle patatine al cioccolato. Verso l'ora di pranzo, una carrozza del treno diventa l'albero della cuccagna, la fiera gastronomica del paese, il paradiso degli obesi, la trattoria dei viaggiatori. Una goduria per la vista. E a volte anche per il palato, quando qualcuno ti offre un pasticcino apparso per magia assieme a tanti suoi fratellini colorati sul sedile accanto al tuo. Che si somma a tutto quello che hai già ingurgitato qualche ora prima, per un'improvvisa fame, che si è scatenata senza motivo appena seduto al tuo posto. E' impressionante come la fame sia inversamente proporzionale al moto. Poi bevi, tanto. E quindi devi pisciare. In un bagno che, in verità, rimane fra le pochissime cose, in questo pianeta, a non essere (ancora) patrimonio dell'Unesco.
E infine l'aria della carrozza del treno. Densa, afosa, vissuta, che piano piano ti appanna la vista, finché non riesci a vedere più i contorni dei tuoi compagni di viaggio, che diventano fantasmi ai tuoi occhi, seppur vestiti e non con un semplice lenzuolo bianco di sopra. Un pò come i personaggi dei libri, che ognuno crede di immaginare durante la lettura, ma poi, al confronto con l'immancabile film ispirato a quelle pagine innocenti, improvvisamente vengono dimenticati, non si ricordano più come prima. E si finisce per dubitare, in effetti, di averli pensati sul serio, con una faccia, un corpo, qualche difetto qua e là e le smorfie giuste al momento giusto.
Queste sono le mie riflessioni sui treni. Cioè fatte sui treni. Anche materialmente, intendo. Forse si spiega, allora, perché, quando scendo da quel mezzo senza ruote, antico e sicuro, artificiale ma perfettamente calato nella natura, cavo ma pieno, che unisce persone e luoghi, ecco, mi assale un pò di malinconia. Un pò come i fuorilegge facevano coi treni nel Far West.
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