martedì 10 maggio 2011

Quello che i cartoni animati non dicono.

Il dilemma di Robin Hood: "Rubo ai ricchi per dare ai poveri. Ma poi i poveri diventano ricchi e allora devo rubare loro per dare ai ricchi che intanto sono diventati poveri. Solo che così i ricchi ritornano ricchi e i poveri ridiventano poveri e si ripropone il problema. La prossima volta mi faccio i cazzi miei."

Semola (Artù), La spada nella roccia: "Me ne potevo stare tranquillo a fare lo scudiero e a cazzeggiare con Mago Merlino e col suo gufo parlante, e invece, dato che sono cleptomane, ho visto quella spada e non ho saputo resistere dall'estrarla da quella stupida roccia. Ora ho sul groppone un intero regno, pestilenze e carestie, guerre e ciarlatani, mi devo vestire come un giullare, hanno già tentato di farmi fuori tre volte e mi hanno pure cambiato nome. In più, ho come la sensazione che quella Ginevra mi stia nascondendo qualcosa."

Biancaneve: "Il principe azzurro soffriva di alitosi. E non dico altro."

Cenerentola: "Alla faccia di tutte le malelingue: non è detto che chi parla con i topi, viaggia nelle zucche e vede fate in cucina sia destinato al manicomio. Come vedete, ho addirittura sposato un principe."

Pinocchio: "Meglio burattino con certi poteri che bambino vero. Nella fiaba vi facevano vedere solo il naso."

Simba, Il re leone: "Fosse dipeso da me, me ne sarei stato tutta la vita a farmi le canne nella savana con Timon e Pumbaa."

Mowgli, Il libro della giungla: "Pure un bambino si rende conto che gli animali della giungla è meglio averceli amici che nemici. E vabbè che io mi sentivo più lupo che bambino, ma perché ho seguito quella mocciosa tutta curve e mi sono unito agli uomini? Baloo non mi parla più, Bagheera mi vuole mangiare e Kaa ha provato a mordermi già dieci volte. E' proprio vero che tira di più un pelo di.. che un carro di buoi."

Shrek: "Vi dico solo che, prima di tutta questa storia, passavo le mie giornate a rotolarmi nel fango, a spaventare la gente, a vestirmi sempre con le stesse cose (quando decidevo di vestirmi) e a mangiare quello che capitava. Poi, giudicate voi."

Aladdin: "Io volevo solo un amico con cui scambiare due chiacchiere la sera, che non fosse una scimmia pulciosa e pasticciona. Ho trovato un genio esaurito e megalomane che mi ha messo in testa manie di grandezza. Quanto a Jasmine, beh, concordo con l'ultima frase di Mowgli."

Bambi: "Mi avevano rassicurato sul fatto che avrei interpretato un cartone animato per bambini. Invece, ho traumatizzato generazioni su generazioni. Ho licenziato il mio manager Tamburino, che tra le altre cose era pure cocainomane. Ma non sono più rientrato nel giro."

Pongo e Peggy, La carica dei 101: "Ok, abbiamo sbagliato a non usare precauzioni, ma cazzo 99 cuccioli tutti in una volta! Avevamo organizzato tutto alla perfezione con Crudelia Demon per levarceli dalle scatole e tornare a goderci la vita di coppia. Ma poi la produzione ci ha costretti a quella farsa del salvataggio da genitori provetti. Voi non lo sapete, ma a telecamere spente li abbiamo abbandonati tutti e 99 in un autogrill."

Duchessa, Gli aristogatti: "Quel puttaniere di Romeo mi ha fatto più corna di quelle di Bambi quando è diventato cervo, senza offesa."

Peter Pan: "Se non fosse stato per quella Trilly, che era dappertutto come il prezzemolo, più fastidiosa di una mosca e più impicciona di una vecchia comare, io a quest'ora a Wendy me la facevo sicuro."

Insomma, dobbiamo smetterla di pensare che nei cartoni animati "tutti vissero felici e contenti", facendo paragoni impietosi con la vita di tutti i giorni. In realtà, anche i personaggi dei cartoni avevano i loro problemi, le loro ansie e i loro tormenti. La differenza è che non potevano venirne fuori con scelte proprie, ma solo per volontà dell'autore della fiaba o del film. Perciò, rimbocchiamoci le maniche, non diventiamo cartoni animati nelle mani di sceneggiatori, burattini diretti dal puparo di turno, zucche senza vita o disegni in bianco e nero nell'arcobaleno di tutti i giorni. Trasformiamoci in esseri umani e apriamo gli occhi, non per piangerci addosso, ma per trovare la soluzione. Senza fare affidamento su fate e maghi, che non esistono. Purtroppo.

venerdì 6 maggio 2011

Ode al Mare.

Leggo un libro che parla di oceani e ascolto quella che è stata definita la Marina Commedia. Provo a rimediare all'assenza del Mare senza accorgermene. Ma l'immagine virtuale che si forma nella mia mente non assomiglia nemmeno un pò a quella reale. A quella che vedo dal balcone di casa mia.

Di mattina presto, alle prime luci del giorno, quando, nel mio peregrinare insonne per la casa, arrivo in salone e lo guardo placido e calmo, dorato dai raggi del sole, pulito dalla brezza dello Stretto, al che mi rilasso e torno a letto, riscoprendomi capace di addormentarmi in orari da gufo.

Di pomeriggio, quando il traffico di navi lo satura e lo snatura, ma Lui indomito resiste e fa passare tutti, si indigna schiumando al loro passaggio, cerca con tutte le forze di mantenere un equilibrio, di conservare intatta la superficie piatta e orizzontale, tagliata come una lama dalle chiglie, ferite da cui fuoriesce sangue di schiuma, che subito si rimarginano.

Di sera e di notte, quando finalmente il sole lo abbandona e Lui torna al suo colore naturale, il nero, col quale nasconde i pesci alle lampàre, predatori scaltri e ingannatori che riproducono la luce che non c'è, pallide imitazioni del sole, scivolano sull'acqua che è inchiostro, qualcuno vi intinge la punta di un pennino e disegna in cielo le stelle, attento a fare un cerchio perfetto mentre ricalca il contorno della luna.

Quando è agitato, sconvolto dal vento di tramontana che lo vuole gelare, dalla pioggia che lo riempie di acqua dolce che si fa strada nel sale, ogni goccia vuole essere l'ultima che faccia traboccare il vaso che lo contiene, dalla sabbia dello scirocco che lo vuole soffocare e confondere, ma Lui li lascia passare, come fa con le navi, superiore e superbo dall'alto delle sue onde, si piega, anzi si increspa, ma non si spezza, perché pioggia e vento prima o poi finiscono, Lui no, e di questo ne è consapevole.

Perché solo camminando in riva al Mare riesco a pensare davvero, respirandone il profumo salmastro e vivo, che sprigiona dall'acqua, dal fondale e dai pesci, che nessuna boccetta riuscirà mai a imprigionare e riprodurre, e nessuno scarico riuscirà mai ad uccidere, microscosmo perfetto di riva e brezza marina, superficie soffice di sabbia bagnata, le mie caviglie vi affondano e così rallento il passo, la natura ha inventato la morbidezza del bagnasciuga per far durare quel momento il più a lungo possibile, l'acqua bagna i piedi, carezza tremula di una donna, legame nodoso col Mare, che mi scorta silenzioso, risponde alle mie domande e dissipa i miei dubbi, perché il Mare ha sempre una risposta. Allora mi fermo un attimo, mi volto verso di Lui, lo ringrazio chiudendo gli occhi e abbassando il capo in segno di rispetto, e riparto.

Ci si chiede sempre cosa ci sia oltre il Mare, quando non si riesce a vedere le terre al di là dell'orizzonte. L'uomo, senza confini, impazzisce. Per me la risposta è semplice e mi dà sicurezza. Oltre il Mare c'è ancora Mare.

mercoledì 4 maggio 2011

Domanda(ndo) e risposta(ndo).

"Quale di questi modi del verbo non ha nè singolare nè plurale? Imperativo, congiuntivo, condizionale, gerundio".

Leggo questa domanda in tv e credo di essermi sintonizzato su un canale per bambini. Mi illudo, anzi, di rivedere finalmente Tonio Cartonio con quei suoi abiti sgargianti e quel sorriso pazzoide, a dispetto delle malelingue che lo vogliono ormai smarrito nel tunnel della droga. E invece mi trovo al cospetto di uno dei quiz show che vanno in onda sulle reti nazionali ogni tardo pomeriggio, prima del Tg. La domanda, per inciso, vale 20.000 euro. Cioè, è come se per la strada un tizio mi ferma, mi chiede come mi chiamo, controlla sulla carta d'identità se ho risposto esattamente e per premiarmi mi regala 200 euro. Che culo, aggiungerei. Poteva andarmi peggio. Poteva chiedermi il Comune di residenza, ad esempio. O addirittura i segni particolari. Ma comunque. Tornando alla domanda del quiz, la concorrente, alla vista del "domandone", strabuzza gli occhi e, fingendo concentrazione (che già di per sè è una cosa penosa, se si considera la domanda), afferma di non ricordarsi bene la risposta. Gelo in camera mia. Che forse la risposta è "gerundio", ma non è sicura. Talmente gelo che appaiono un pinguino e un orso polare, che si coricano accanto a me nel letto e restano intirizziti persino loro. Che quasi quasi dice "gerundio", però non vorrebbe sbagliare. Come se le avessero chiesto quanti fiumi ci sono in Sicilia o cos'è un clavicembalo. Alla fine si "butta"(non dal terzo piano o a mare con una palla di piombo al piede, come sarebbe più opportuno) e risponde "gerundio". Naturalmente, questo premio nobel in potenza (nel senso che il premio le sarà consegnato nel capoluogo lucano, dopo di che verrà abbandonata nell'entroterra in balìa dei briganti e dei lupi), insomma questo genio della lampada (che si manifesta anche senza strofinio, basta accendere la tv) arriva in finale. E, a dimostrazione che c'è una giustizia divina anche in queste cose, al gioco finale perde il bottino sanguinoso che ha raccolto durante la magnifica cavalcata che nel giro di un paio d'ore l'aveva elevata dall'essere un quisque de "concorrentis" al rivestire i panni della vincitrice della puntata. Panni sporchi, che però non si lavano in casa (della concorrente), come il proverbio insegna, magari con l'aggiunta dell'indice alzato in segno di ammonimento. Dobbiamo lavarli noi, quando per sbaglio capitiamo il quiz in tv e assistiamo a questi spettacoli pietosi. Illudendoci di vedere qualcosa che ci faccia "staccare il cervello" per qualche minuto, la sera. Senza sapere che, in realtà, chi stiamo guardando lo ha fatto prima di noi. O forse il cervello non l'ha mai acceso.

Che voi possiate perdonare il mio sfogo. Io non potrei farlo. Che io possa cambiare, anche solo un pochino. Anzi, aiutatemi voi. Aiutami tu, lettore che stai leggendo queste parole. Parole che non dovrebbero essere così dure, essendo per lo più di rassegnazione e sconforto. E io, essendo rassegnato e sconfortato, le scrivo.
"Quale di questi modi del verbo non ha nè singolare nè plurale? Imperativo, congiuntivo, condizionale, gerundio".

venerdì 29 aprile 2011

Mens ansiosa in corpore sano.

“L'ansia è una faccenda che ti si gonfia nella testa. E' come l'aria per il pallone: di concreto c'è solo un sottilissimo strato di gomma elastica, tutto il resto è aria.”
(Ascanio Celestini, “Io cammino in fila indiana”)

Tendenzialmente, io non sono una persona ansiosa. O meglio, ogni tanto ho l’ansia di sembrare ansioso agli altri. Perciò, a conti fatti, sono ansioso pur credendo di non esserlo. Per vero, però, lo sono per difendermi da accuse di ansia da parte di altra gente che esibisce la propria ansia con falso vittimismo. Quindi, è un’ansia giustificata. O forse una finta ansia. Perché credo che chi riconosce la propria ansia in realtà non sia ansioso in senso tecnico ma solo di facciata. Ma allora sono come quelli da cui voglio difendermi, ossia ansioso per presenzialismo. No, no. Al solo pensiero mi viene l’ansia.
Ecco, l’ansia (per lo meno la mia) nasce così, ma muore in modo diverso, cioè all’improvviso. Io, in verità, mi sono sempre reputato un tipo ansioso. Ma devo ammettere che, col passare degli anni, lo sono stato sempre meno. Posso affermare con orgoglio che questo è probabilmente l’unico tratto negativo del mio carattere che ho debellato. È già qualcosa. Non ho mai avuto ansia per un esame, ad esempio. O meglio, riesco a indirizzare questo strano fenomeno psicologico dalla mente al corpo, somatizzandolo. Così la mente rimane attiva e funzionante, non si rimbecillisce, mentre il corpo comincia ad avere qualche scompiglio. Ad esempio, faccio molte pipì, mangio, mi alzo e cammino. E soprattutto, a fine esame o simili, crollo come un albero segato a mezzo fusto, proprio perché il mio corpo, che ha accumulato l’ansia per liberare la mente da qualsiasi onere che non fosse quello di essere lucida al momento giusto, non deve più trattenerla e quindi anche lui, che ha sopportato in silenzio quel peso, finalmente, se ne priva. E lo butta giù, attraverso i piedi, dopo aver raccolto, nel suo tragitto dal collo verso il basso, ogni frammento d’ansia che aveva diligentemente depositato qua e là per non incidere eccessivamente su una parte del corpo in particolare. Non lo butta dalla testa, perché il corpo la rispetta. Sempre. Anche quando non sembra esserci un motivo. La vera ragione, semplicemente, sta nel fatto che, senza la mente, il corpo sarebbe inutile. Il corpo, in realtà, ama la testa. In segreto la venera e la adora, anche quando lei, come ogni donna che si rispetti, lo fa andare fuori di giri o lo sballottola qua e là. Non può stare senza di lei. Senza di lei non esiste, non è corpo. È un amore viscerale, che si manifesta ogni giorno. Magari non ce ne accorgiamo. Ma ognuno di noi, quotidianamente, è teatro della più bella storia d’amore mai messa in scena.

Quando capisci di essere matto.

Capisci di essere un po’ matto quando ti accorgi che qualsiasi cosa tu possa fare, leggere, ascoltare, perfino mangiare, in realtà, per te, ha sempre un altro significato. Faccio un esempio. Per me leggere un libro non è mai un’azione fine a se stessa. Nel senso che non lo faccio solo perché voglio finire il libro, cioè per arrivare alla conclusione del best seller, all’assassino del giallo, alla lacrimuccia del romanzo rosa, al successo del buono o alla sconfitta del cattivo (o almeno così ci si augura a inizio lettura, salvi i casi di simpatia macabra per il killer di turno o odio becero verso la giovincella rapita, che forse forse se lo meritava), ma per trovare frasi, spunti o citazioni che possano cogliere e riflettere il mio stato d’animo transitorio. E quando li trovo, faccio l’orecchia al libro per ricordarmeli. Con buona pace dei cultori dei libri “intonsi”, che magari si lavano pure le mani prima di iniziare a leggere e mettono quelle mefitiche foderine trasparenti sulle copertine, che iniziano a soffocare e stingono in parte per disperazione e in parte per ripicca.
Stesso dicasi quando ascolto musica. In preda a raptus di onniscienza da musicologo, vado subito a cercare il testo della canzone per annotarmi quella benedetta frase che tanto fa al caso mio e che ho ascoltato di sfuggita, sovrappensiero, ma era così perfetta, così adatta a quello che stavo pensando o a quello che per ora mi sta accadendo che non posso ignorarla così, su due piedi.  La cosa si complica quando la canzone è in inglese o quando è rap o hip hop, che vanno così veloci che se provi a imitarli ti attorcigli la lingua peggio delle cuffiette dell’i-pod quando le esci dai meandri della borsa dell’università. Per non parlare di quando ascolto quella determinata canzone alla radio. Magari per la prima volta. È un dramma. Devo ricordare a mente almeno due o tre parole (perché la maggior parte dei casi sono in macchina e non posso certo mettermi a scrivere mentre guido, anche se a volte accosto di brutto e annoto sul cellulare quello che ho sentito), andare su internet a cercare il testo corrispondente e finalmente individuare la canzone. Che poi molte volte le parole che ricordo si rivelano clamorosamente sbagliate, un po’ come un telefono senza fili mal riuscito. O ben riuscito, secondo quella corrente di pensiero, di cui faccio parte anch’io, secondo la quale se alla fine del giro di sussurri all’orecchio l’ultimo della fila dice una frase completamente senza senso e naturalmente agli antipodi rispetto a quella di partenza, allora il gioco è riuscito alla perfezione. Perché se fai un gioco lo fai per divertirti. Se non ti diverti non è un gioco (perdonate il qualunquismo infantile da bambino in coda per salire sulle montagne russe). Immaginate che delusione se alla fine del giro del telefono senza fili il malcapitato all’ultimo posto ripete esattamente la frase di partenza. A quel punto è matematico che si cambia gioco. E qualcuno potrebbe pure prendersela con chi quel gioco l’ha scelto. Insomma, dicevo del telefono senza fili nella mia testa. È grave che mi dimentichi subito quello che in teoria non dovrei dimenticarmi. Figuriamoci poi se si tratta solamente di due parole di una canzone. Però, a mia parziale discolpa, posso appigliarmi all’altro dato che ti fa credere di essere un po’ matto, ossia il fatto di pensare sempre. Penso troppo, a volte più cose in uno stesso momento. Anche quando è meglio lasciar perdere. Anche quando è più opportuno rilassarsi. Per esempio prima di dormire, quando sonno non ne ho ma dovrei cercare di farmelo venire, comincio a pensare ad un sacco di cose. Ricorrente è il pensiero per cui quando dormo, in effetti, non posso controllarmi e non posso guardarmi intorno. Un po’ come essere morto, ma con tutte le funzioni vitali perfettamente attive. Finisce che mi impaurisco pure e allora conto le pecore. Peccato che quelle maledette pecore non si limitino a saltare il recinto e andarsene ma fanno le finte, tornano indietro, saltano a due a due, aggirano il recinto, dormono (loro sì!), brucano l’erba e si accoppiano. Insomma, mi fanno perdere il conto e soprattutto mi fanno innervosire. E allora mi alzo, bevo, faccio pipì, bevo ancora, faccio di nuovo pipì (senza capire che è un circolo vizioso, accelerato dal nervosismo che, insieme al freddo, è la cosa più diuretica che c’è, altro che l’acqua di alcune sorgenti blasonate). In conclusione, dormo sì e no un paio d’ore, perché implacabile suona la sveglia prestissimo e inizia, fresca e baldanzosa, la giornata più stancante delle settimana. Guarda caso preceduta da una notte insonne.


“Io rimugino tantissimo. Quando cammino. Quando lavoro. Quando mi diverto. Quando mi compiango. Quando faccio l’amore. Soprattutto quando non lo faccio.”
(Diego De Silva, “Mia suocera beve")

Sui libri.

Non sono un lettore accanito. O meglio, sono uno che va a periodi, ossia sono molto discontinuo. Capita che mi trascino dietro un libro per settimane e spesso neanche lo termino. Altre volte, invece, divoro tre, quattro libri uno dopo l’altro senza accorgermene quasi. Non so perché, forse dipende dal carattere. O forse dai momenti. O da entrambi. Quel che è certo, secondo me, è che per leggere un libro bisogna avere la mente libera (o almeno in parte). Bisogna essere in grado di poter ricevere tutto quello che un libro vuole trasmetterti, insegnarti, suggerirti. Fare di un libro un semplice strumento di evasione credo sia molto riduttivo. Per te e per lui.

Mi piacciono molto le librerie, però quelle con pochi scaffali alle pareti e coi libri sparsi in mezzo alla gente. E’ bello incrociare lo sguardo con copertine esotiche, titoli curiosi, scrittori e scrittrici di ogni sorta, grossi manuali, piccoli vademecum, famosi best-seller, monumentali raccolte, tutti sistemati qua e là, ancor meglio senza un ordine preciso. Mi piace soprattutto pensare ai miliardi di parole che in quel momento mi stanno circondando e che bramano di venire alla luce, frementi e vogliose. Intere pile di libri tremano, sono vulcani pronti ad eruttare lava d’inchiostro e carta. Penso anche al fatto che tutte queste parole sono sgorgate dalle menti di esseri umani per andare incontro al loro destino di diventare frasi, periodi, capitoli, proprio lì, in quel libro e in quel determinato momento. Credo che ci sia qualcosa di magico in tutto questo. Specialmente perché, se ci pensate bene, quando abbiamo imparato a scrivere, in fondo abbiamo imparato solo a dare una forma ai nostri pensieri, per fissarli da qualche parte e soprattutto per non dimenticare. Ma come formare un pensiero, trasformarlo in un pugno di parole e tirarlo fuori al momento giusto, beh, questo non ce l’ha insegnato nessuno. Ce l’abbiamo dentro. Come quando da piccoli davamo una voce ai nostri giocattoli preferiti, anche quando ancora non sapevamo parlare.

Spesso regalo dei libri. Magari non sono colorati e profumati come un mazzo di fiori o comodi come magliette. Ma non appassiscono e sono sempre della misura giusta. Io credo che si può capire una persona anche dai libri che legge. Ma non per il genere di libro, bensì per le sensazioni che ricava da quella lettura. Parlare di libri con qualcuno vuol dire scambiarsi sensazioni. Un libro non è bello o brutto. È un libro e basta. È come uno di quei disegni da colorare. Ci sono le forme, più o meno complicate, e un immagine ben definita. Il colore è il tocco di grazia, il degno completamento. E questo tocco finale non spetta all’artista, ma al lettore. Se lo facesse l’artista ovviamente colorerebbe il tutto con tinte forti e allegre. È normale, il libro l’ha scritto lui. Ecco perché la tavolozza è in mano al lettore. Ed ecco perché un libro di fumetti potrà essere colorato di grigio e un libro di filosofia di turchese. Il rapporto con il libro è un rapporto personalissimo. I colori sulla tavolozza, infatti, li scegliamo noi di volta in volta.

Prima di dormire cerco sempre di leggere qualcosa. Così nel sonno, durante la notte, sogno e non rimango solo. Per questo avere un libro accanto al letto mi rassicura. E mi fa compagnia. Per chi come me ha bisogno di poter sempre contare su qualcuno. O su qualcosa.

La caccia alle bilance.


L’ultima proposta dell’entourage del Pdl (non il partito, ma il "Pisistrato della Lombardia") è stata quella di riscrivere l’art. 1 della Costituzione, prevedendo espressamente la supremazia del Parlamento su tutti gli altri organi costituzionali, in primis il Presidente della Repubblica e la Magistratura.
Ora, mi sono interrogato a lungo su tutto ciò, cercando di capire quale possa essere il motivo che spinge certi politici a ridicolizzarsi dinanzi all’opinione pubblica con “sparate” del genere. E, a parte le considerazioni delle solite malelingue comuniste che la mettono sempre sulle leggi ad personam e sulle attività (non solo sessuali) del premier eletto dal popol(in)o, sono giunto alla conclusione che siamo di fronte ad una delle tappe fondamentali del nuovo programma politico del Governo: la caccia alle bilance.
Mi spiego meglio. Sono dell’idea che Berlusconi sia ormai ossessionato da quell’oggetto perfetto che è la bilancia, specie quella a due bracci (la c.d. stadera), simbolo, guarda caso, della Giustizia. Nella sua personalissima battaglia contro i fantasmi che indossano toghe anziché lenzuola, il buon Silvio ha deciso di vincere alla sua maniera, ossia eliminando alla radice il problema. Cancellando la bilancia e le sue implicazioni concettuali. Pertanto, anche il metaforico bilanciamento tra poteri era davvero scomodo, retaggio di una tradizione politico sociale ormai decrepita e troppo attenta ad un equilibrio istituzionale che ha davvero rotto. Meglio mettere il Parlamento uber alles e tanti saluti a tutte le altre parti del corpo della democrazia. Importanti come un’appendice, cioè utili solo ad infiammarsi e, nei casi più gravi, a degenerare in peritonite.
Ecco le tappe del programma anti-bilance di cui sopra.
1-Sostituzione immediata del simbolo della Giustizia. Al posto della stadera, eccessivamente politically correct e, come detto, invisa al Grande Capo, in mano alla donna bendata (confermatissima, forse solo un po’ più scosciata, ma rigorosamente con la benda perché il “vedo non vedo” attizza sempre), accanto allo spadone (simbolo di virilità) ci sarà un telecomando (simbolo di par condicio tra le tv) oppure, ma è una tesi minoritaria, un cellulare con tanto di rubrica (per sdrammatizzare il problema delle intercettazioni). C’è chi ha proposto, tra i più arditi, di far fare alla suddetta donna il segno delle corna con la mano libera, per rendere più divertente l’atmosfera resa davvero noiosa e pesante da quei giudici di sinistra, tutti casa, chiesa (anche se sono di sinistra) e diritto. Qualche idea innovativa pure sullo slogan “dura lex sed lex”: la Lega vorrebbe mantenere dell’intero brocardo solo l’aggettivo “dura”, che è notoriamente la parola fondante l’intera tradizione culturale del Carroccio; il che, inoltre, servirebbe anche ad incoraggiare gli imputati a  difendersi uscendo gli attributi durante i processi, come si suol dire. Si tratta, in generale, di emendamenti che strategicamente verranno proposti in occasione di un’altra riforma della Giustizia, che tutt’ora è in cantiere ed è oggetto di discussioni e studi tra i pregevoli e fantasiosi giuristi del Pdl: quella che prevede la sostituzione della Corte Costituzionale con il Tribunale di Forum (dal quale, ovviamente, verrà eliminata la parte in cui il pubblico vota con i pesetti da mettere nella bilancia: al suo posto, si voterà attraverso il telecomando dell’”aiuto del pubblico” di “Chi vuol esser milionario”). Il dibattito sulla nuova riforma è ancora acceso perché c’è chi vuole proporre come Presidente della nuova Consulta il giudice Santi Licheri, data la sua rinomata fama riconosciuta bipartisan, mentre, per altri, potrebbe costituire un ostacolo il fatto che il celebre togato sia già morto.
2-Eliminazione del segno zodiacale della Bilancia. Al suo posto, le proposte più gettonate sono Vergine 2 e il pre-Scorpione. In effetti, Vergine 2 ha fatto ingolosire subito il Premier, incuriosito dalla possibilità di bissare l’inviolabilità delle nate sotto il nuovo segno, una volta entrate nel suo Harem. Inoltre, il nome si inserisce perfettamente nel quadro di espansioni edilizie che sta interessando le grandi città, con la creazione di superquartieri residenziali e lussuosi. I cineasti del Pdl sono egualmente entusiasti, anche se al nome Vergine 2 vorrebbero aggiungere “La vendetta” in onore di Rambo 2. Sembra essere stato accantonato, quindi, il pre-Scorpione, ma per il semplice fatto che nessuno sa come nasce uno scorpione.
3-Eliminazione dell’oggetto bilancia da tutti i campi di applicazione. I fruttivendoli, ad esempio, dovranno pesare la frutta con le mani e regolarsi “a occhio”. Qualunque controversia sarà devoluta in unico grado al Tribunale delle Banane, che, tra le altre cose, ben si concilia col fatto che anche la nostra Repubblica viene dai politologi più attenti ricondotta ai suddetti frutti oblunghi. Scontato l’appoggio della Lega alla proposta, sebbene però interpretata dai giureconsulti di Bossi solo nel senso fallico della questione.
Naturalmente, anche il peso della gente non potrà più essere misurato con la bilancia. Si ricorrerà al metro, ovviamente in riferimento alla larghezza del giro vita. Pertanto, dato l’utilizzo del metro anche per l’altezza, ogni persona sarà schedata come un mobile Ikea. Si discute, in proposito, se occorrerà indicare anche la profondità dell’individuo e il colore. A chi vede nella raccolta di questi dati una palese violazione della privacy e del divieto di discriminazione, si contrappone chi, invece, vi trova dei lati positivi: la profondità aiuterà a studiare e a risolvere storici problemi come la fila alla posta e la calca sui mezzi pubblici; l’individuazione cromatica, invece, aiuterà ad abbinare l’impiegato all’ufficio di riferimento in base al colore delle pareti. E poi, come osservato sagaciamente dai membri del Pdl, in un colpo solo si risolve il problema del peso-forma: la gente non sarà più ossessionata dall’ago della bilancia e vivrà meglio, anche se un po’ più rotondetta. Del resto, un uomo senza pancia è come un cielo senza stelle. E la donna un po’ più in carne piace sempre agli uomini. Le parole “anoressia” e “obesità” saranno cancellate dal vocabolario e dai libri di medicina. Se la gente non ci pensa, sostengono al Governo, allora le malattie non vengono: è l’ipocondria il vero problema degli italiani! 

In realtà sono ben altri i problemi degli italiani. Ad esempio, per rimanere in tema, molti si interrogano ancora se è più pesante un chilo di paglia o un chilo di ferro. Dovremo iniziare a preoccuparci, infatti, quando ci imporranno una risposta, escludendo l’altra. Perché lo motiveranno. E noi, che non potremo dare peso alle loro parole perché non avremo più lo strumento adatto, crederemo loro.  Ancora una volta. Come tanti pesetti che, senza piatto della bilancia, non servono a nulla. Al massimo, sono buoni per pescare. Appunto, per andare a fondo.