venerdì 29 aprile 2011

Sui libri.

Non sono un lettore accanito. O meglio, sono uno che va a periodi, ossia sono molto discontinuo. Capita che mi trascino dietro un libro per settimane e spesso neanche lo termino. Altre volte, invece, divoro tre, quattro libri uno dopo l’altro senza accorgermene quasi. Non so perché, forse dipende dal carattere. O forse dai momenti. O da entrambi. Quel che è certo, secondo me, è che per leggere un libro bisogna avere la mente libera (o almeno in parte). Bisogna essere in grado di poter ricevere tutto quello che un libro vuole trasmetterti, insegnarti, suggerirti. Fare di un libro un semplice strumento di evasione credo sia molto riduttivo. Per te e per lui.

Mi piacciono molto le librerie, però quelle con pochi scaffali alle pareti e coi libri sparsi in mezzo alla gente. E’ bello incrociare lo sguardo con copertine esotiche, titoli curiosi, scrittori e scrittrici di ogni sorta, grossi manuali, piccoli vademecum, famosi best-seller, monumentali raccolte, tutti sistemati qua e là, ancor meglio senza un ordine preciso. Mi piace soprattutto pensare ai miliardi di parole che in quel momento mi stanno circondando e che bramano di venire alla luce, frementi e vogliose. Intere pile di libri tremano, sono vulcani pronti ad eruttare lava d’inchiostro e carta. Penso anche al fatto che tutte queste parole sono sgorgate dalle menti di esseri umani per andare incontro al loro destino di diventare frasi, periodi, capitoli, proprio lì, in quel libro e in quel determinato momento. Credo che ci sia qualcosa di magico in tutto questo. Specialmente perché, se ci pensate bene, quando abbiamo imparato a scrivere, in fondo abbiamo imparato solo a dare una forma ai nostri pensieri, per fissarli da qualche parte e soprattutto per non dimenticare. Ma come formare un pensiero, trasformarlo in un pugno di parole e tirarlo fuori al momento giusto, beh, questo non ce l’ha insegnato nessuno. Ce l’abbiamo dentro. Come quando da piccoli davamo una voce ai nostri giocattoli preferiti, anche quando ancora non sapevamo parlare.

Spesso regalo dei libri. Magari non sono colorati e profumati come un mazzo di fiori o comodi come magliette. Ma non appassiscono e sono sempre della misura giusta. Io credo che si può capire una persona anche dai libri che legge. Ma non per il genere di libro, bensì per le sensazioni che ricava da quella lettura. Parlare di libri con qualcuno vuol dire scambiarsi sensazioni. Un libro non è bello o brutto. È un libro e basta. È come uno di quei disegni da colorare. Ci sono le forme, più o meno complicate, e un immagine ben definita. Il colore è il tocco di grazia, il degno completamento. E questo tocco finale non spetta all’artista, ma al lettore. Se lo facesse l’artista ovviamente colorerebbe il tutto con tinte forti e allegre. È normale, il libro l’ha scritto lui. Ecco perché la tavolozza è in mano al lettore. Ed ecco perché un libro di fumetti potrà essere colorato di grigio e un libro di filosofia di turchese. Il rapporto con il libro è un rapporto personalissimo. I colori sulla tavolozza, infatti, li scegliamo noi di volta in volta.

Prima di dormire cerco sempre di leggere qualcosa. Così nel sonno, durante la notte, sogno e non rimango solo. Per questo avere un libro accanto al letto mi rassicura. E mi fa compagnia. Per chi come me ha bisogno di poter sempre contare su qualcuno. O su qualcosa.

La caccia alle bilance.


L’ultima proposta dell’entourage del Pdl (non il partito, ma il "Pisistrato della Lombardia") è stata quella di riscrivere l’art. 1 della Costituzione, prevedendo espressamente la supremazia del Parlamento su tutti gli altri organi costituzionali, in primis il Presidente della Repubblica e la Magistratura.
Ora, mi sono interrogato a lungo su tutto ciò, cercando di capire quale possa essere il motivo che spinge certi politici a ridicolizzarsi dinanzi all’opinione pubblica con “sparate” del genere. E, a parte le considerazioni delle solite malelingue comuniste che la mettono sempre sulle leggi ad personam e sulle attività (non solo sessuali) del premier eletto dal popol(in)o, sono giunto alla conclusione che siamo di fronte ad una delle tappe fondamentali del nuovo programma politico del Governo: la caccia alle bilance.
Mi spiego meglio. Sono dell’idea che Berlusconi sia ormai ossessionato da quell’oggetto perfetto che è la bilancia, specie quella a due bracci (la c.d. stadera), simbolo, guarda caso, della Giustizia. Nella sua personalissima battaglia contro i fantasmi che indossano toghe anziché lenzuola, il buon Silvio ha deciso di vincere alla sua maniera, ossia eliminando alla radice il problema. Cancellando la bilancia e le sue implicazioni concettuali. Pertanto, anche il metaforico bilanciamento tra poteri era davvero scomodo, retaggio di una tradizione politico sociale ormai decrepita e troppo attenta ad un equilibrio istituzionale che ha davvero rotto. Meglio mettere il Parlamento uber alles e tanti saluti a tutte le altre parti del corpo della democrazia. Importanti come un’appendice, cioè utili solo ad infiammarsi e, nei casi più gravi, a degenerare in peritonite.
Ecco le tappe del programma anti-bilance di cui sopra.
1-Sostituzione immediata del simbolo della Giustizia. Al posto della stadera, eccessivamente politically correct e, come detto, invisa al Grande Capo, in mano alla donna bendata (confermatissima, forse solo un po’ più scosciata, ma rigorosamente con la benda perché il “vedo non vedo” attizza sempre), accanto allo spadone (simbolo di virilità) ci sarà un telecomando (simbolo di par condicio tra le tv) oppure, ma è una tesi minoritaria, un cellulare con tanto di rubrica (per sdrammatizzare il problema delle intercettazioni). C’è chi ha proposto, tra i più arditi, di far fare alla suddetta donna il segno delle corna con la mano libera, per rendere più divertente l’atmosfera resa davvero noiosa e pesante da quei giudici di sinistra, tutti casa, chiesa (anche se sono di sinistra) e diritto. Qualche idea innovativa pure sullo slogan “dura lex sed lex”: la Lega vorrebbe mantenere dell’intero brocardo solo l’aggettivo “dura”, che è notoriamente la parola fondante l’intera tradizione culturale del Carroccio; il che, inoltre, servirebbe anche ad incoraggiare gli imputati a  difendersi uscendo gli attributi durante i processi, come si suol dire. Si tratta, in generale, di emendamenti che strategicamente verranno proposti in occasione di un’altra riforma della Giustizia, che tutt’ora è in cantiere ed è oggetto di discussioni e studi tra i pregevoli e fantasiosi giuristi del Pdl: quella che prevede la sostituzione della Corte Costituzionale con il Tribunale di Forum (dal quale, ovviamente, verrà eliminata la parte in cui il pubblico vota con i pesetti da mettere nella bilancia: al suo posto, si voterà attraverso il telecomando dell’”aiuto del pubblico” di “Chi vuol esser milionario”). Il dibattito sulla nuova riforma è ancora acceso perché c’è chi vuole proporre come Presidente della nuova Consulta il giudice Santi Licheri, data la sua rinomata fama riconosciuta bipartisan, mentre, per altri, potrebbe costituire un ostacolo il fatto che il celebre togato sia già morto.
2-Eliminazione del segno zodiacale della Bilancia. Al suo posto, le proposte più gettonate sono Vergine 2 e il pre-Scorpione. In effetti, Vergine 2 ha fatto ingolosire subito il Premier, incuriosito dalla possibilità di bissare l’inviolabilità delle nate sotto il nuovo segno, una volta entrate nel suo Harem. Inoltre, il nome si inserisce perfettamente nel quadro di espansioni edilizie che sta interessando le grandi città, con la creazione di superquartieri residenziali e lussuosi. I cineasti del Pdl sono egualmente entusiasti, anche se al nome Vergine 2 vorrebbero aggiungere “La vendetta” in onore di Rambo 2. Sembra essere stato accantonato, quindi, il pre-Scorpione, ma per il semplice fatto che nessuno sa come nasce uno scorpione.
3-Eliminazione dell’oggetto bilancia da tutti i campi di applicazione. I fruttivendoli, ad esempio, dovranno pesare la frutta con le mani e regolarsi “a occhio”. Qualunque controversia sarà devoluta in unico grado al Tribunale delle Banane, che, tra le altre cose, ben si concilia col fatto che anche la nostra Repubblica viene dai politologi più attenti ricondotta ai suddetti frutti oblunghi. Scontato l’appoggio della Lega alla proposta, sebbene però interpretata dai giureconsulti di Bossi solo nel senso fallico della questione.
Naturalmente, anche il peso della gente non potrà più essere misurato con la bilancia. Si ricorrerà al metro, ovviamente in riferimento alla larghezza del giro vita. Pertanto, dato l’utilizzo del metro anche per l’altezza, ogni persona sarà schedata come un mobile Ikea. Si discute, in proposito, se occorrerà indicare anche la profondità dell’individuo e il colore. A chi vede nella raccolta di questi dati una palese violazione della privacy e del divieto di discriminazione, si contrappone chi, invece, vi trova dei lati positivi: la profondità aiuterà a studiare e a risolvere storici problemi come la fila alla posta e la calca sui mezzi pubblici; l’individuazione cromatica, invece, aiuterà ad abbinare l’impiegato all’ufficio di riferimento in base al colore delle pareti. E poi, come osservato sagaciamente dai membri del Pdl, in un colpo solo si risolve il problema del peso-forma: la gente non sarà più ossessionata dall’ago della bilancia e vivrà meglio, anche se un po’ più rotondetta. Del resto, un uomo senza pancia è come un cielo senza stelle. E la donna un po’ più in carne piace sempre agli uomini. Le parole “anoressia” e “obesità” saranno cancellate dal vocabolario e dai libri di medicina. Se la gente non ci pensa, sostengono al Governo, allora le malattie non vengono: è l’ipocondria il vero problema degli italiani! 

In realtà sono ben altri i problemi degli italiani. Ad esempio, per rimanere in tema, molti si interrogano ancora se è più pesante un chilo di paglia o un chilo di ferro. Dovremo iniziare a preoccuparci, infatti, quando ci imporranno una risposta, escludendo l’altra. Perché lo motiveranno. E noi, che non potremo dare peso alle loro parole perché non avremo più lo strumento adatto, crederemo loro.  Ancora una volta. Come tanti pesetti che, senza piatto della bilancia, non servono a nulla. Al massimo, sono buoni per pescare. Appunto, per andare a fondo.

I più grandi fraintesi della storia.


Berlusconi ha affermato di aver dato i soldi (tanti) a Ruby per non farla prostituire e non perché prostituta. In poche parole, è stato frainteso. Anche questa volta. E non è il primo della storia.
Hitler, ad esempio, radunava gli ebrei nei campi di concentramento per non farli morire di solitudine.
Jack lo Squartatore sventrava le prostitute perché era stato bocciato più volte all’esame di anatomia e il docente gli aveva imposto di studiare sul campo.
Al Capone faceva beneficenza ma il fisco non gli ha creduto.
Dracula era astemio ma non voleva essere da meno con gli amici.
Giuda baciò Gesù perché gli voleva bene. E Ponzio Pilato lo fece crocifiggere perché l’aveva scambiato per Barabba.
Le grandi purghe di Stalin erano in realtà un programma sanitario dell’Unione Sovietica per sconfiggere la tenia.
Dove passava Attila non cresceva più l’erba. Ma solo perché gli puzzavano i piedi.
Erode aveva ordinato la strage delle Innocenti (le macchine) perché inquinavano, ma hanno equivocato sulla preposizione articolata.
Ad Hannibal Lecter la carne gliela mandavano direttamente a casa.
Nerone bruciò Roma perché pensava che così avrebbe risparmiato sulle torce.
I talebani di Bin Laden hanno semplicemente sbagliato rotta con l’aereo e sono finiti a New York.
Torquemada, durante l’inquisizione, faceva soffrire gli interrogati perché aveva un alito pestilenziale.
Darth Vader ha fatto quello che ha fatto perché con quella specie di vaso in testa non vedeva una mazza.
Mark Chapman voleva chiedere un autografo a John Lennon ma ha sbagliato penna. Stesso dicasi per Lee Oswald con Kennedy, solo che lui voleva prendere il binocolo per vederlo meglio.
I mafiosi non esistono. Tutti i morti di mafia sono suicidi.
Gheddafi non sta sparando sui civili. Sta solo festeggiando l’arrivo degli americani con dei fuochi d’artificio.
E la lista potrebbe continuare ma mi sto facendo schifo da solo.
Insomma, tutto questo per dire che le persone possono anche provare a farci credere di essere state fraintese. Ma noi non ci facciamo prendere per il culo.

De Granita


Da assiduo e orgoglioso divoratore di granite, posso ben dire ad alta voce che Messina è il “non plus ultra” in materia e tutto il resto è solo volgare imitazione, a cominciare dalla scarsissima granita della vicina Catania per finire alla pseudo-granita romana, detta “grattachecca”, che altro non è che ghiaccio con succo di frutta. La vera granita infatti per gli appassionati, oltre ad essere un rito praticato in vari modi a seconda della persona, diventa quasi una sorta di “poesia” per i nostalgici e di “attraente donna” per i mangiatori veri e propri, che non resistono al suo fascino e si abbandonano tra le sue “dolci” braccia. La granita, si sa, ha vari gusti…dal classico limone alla fragola, fino ai gelsi, ma la “vera granita” è caffè con panna, altresì detta “mezza con panna”, proprio perché il bicchiere viene riempito generalmente per metà di granitoso caffè e per metà di morbida panna. Come tutte le altre prelibatezze dolciarie siciliane, ovviamente anche la granita-caffè, accompagnata da una o due brioche, può facilmente essere sostituita ad un pranzo ed allora c’è chi, per aggirare l’ostacolo dell’”ingrassare”, si fa mettere dal barista “un po’ più di caffè”, ed allora il bicchiere si presenterà per tre quarti marrone scuro e sopra una patina bianca…ma così la granita perde gran parte della sua bontà, e non è difficile vedere baristi che, inorriditi dalla precedente richiesta, fanno finta di non aver sentito e riempiono comunque il bicchiere per metà con la panna tra le ire dell’”altezzoso” cliente. A proposito del bicchiere, vi sono vari tipi, dal calice piuttosto alto al bicchiere vero e proprio: io prediligo quest’ultimo proprio perché “ben saldo per terra”, si mantiene in equilibrio e facilita l’operazione “immersione-brioche” senza troppi patemi d’animo. E poi c’è da analizzare anche la panna: si va da quella che si amalgama benissimo col caffè a quella che galleggia a piccoli pezzi nel bicchiere: io preferisco la prima. Come del resto preferisco la granita non troppo densa, che è anche più leggera: tutto ciò però, dal bicchiere alla panna fino alla densità della granita, è a discrezione del bar ed il mangiatore non può far altro che giudicare.
Ora passerei all’analisi dei vari tipi di “mangiatore di granita” perché mica la si mangia tutti allo stesso modo?!?…sennò il bello dov’è? Ecco quindi un elenco stilato da me dopo anni di attenta osservazione dei miei vicini “granitari” i quali, involontariamente, finiscono per rispecchiare il proprio carattere in questa piacevole operazione.

•IL PIGNOLO: tipico del pignolo è la precisione con la quale mangia la granita e la dedizione che mette nel compiere questo rito. Inizialmente mischia tra loro caffè e panna fino a farli diventare un’unica miscela mulatta dall’inizio alla fine del bicchiere (sacrilegio, se alla fine del bicchiere si intravede un briciolo di granita rimasta “da sola”). Dopo questa operazione, il pignolo passa alla fase due, ossia “mangiare”. Comincia ovviamente dalla “coppola” (o cappello) della brioche e, dopo averla divisa in due parti simmetriche, le immerge una per una nel bicchiere, ma non interamente: deve infatti restare una parte “pulita” sulla quale poggiare le dita e non sporcarle. La granita, per il pignolo, è infatti una questione solo tra bicchiere e bocca e nessun altro organo di senso deve essere coinvolto in questa sorta di viaggio verso il “nirvana della gola” (non a caso il pignolo è spesso identificato col nostalgico oppure con l’intenditore di granite). Poi continua col resto della brioche che verrà sventrata in due modi: o pezzetto per pezzetto oppure prima la parte superiore e poi quella inferiore, tutto con estrema calma, per godere di quel momento per il maggior tempo possibile: vedrete infatti spesso il pignolo che ogni due-tre bocconi chiude gli occhi e si passa la lingua sulle labbra, espressione massima del godimento.

•IL FRETTOLOSO: ovviamente contrapposto al pignolo, il frettoloso si differenzia da quest’ultimo proprio perché impiega il minor tempo possibile per mangiare la granita. Insomma non gode di quest’ultima, che viene divorata come un qualunque altro spuntino giornaliero. Il frettoloso, naturalmente in piedi al bancone e non comodamente seduto, spesso non guarda neanche la granita che sta per mangiare, limitandosi a muovere la mano dalla brioche al bicchiere e dal bicchiere alla bocca e soffermando lo sguardo magari su qualche bella ragazza seduta al tavolino di fronte. Proprio per questo il frettoloso, che paga sempre in anticipo, è spesso identificato con i giovani e con i lavoratori che approfittano di quel brevissimo momento di pausa per placare la fame.

•L’IGNORANTE: questa è la categoria più triste dei mangiatori di granita perché non sanno godere di questo momento in quanto semplicemente non ne sono capaci. Spesso infatti l’ignorante è identificabile con il turista che vuole provare le specialità del luogo oppure con un indigeno che però non è un assiduo frequentatore di bar ed ogni tanto vi entra per ricordarsi che è siciliano, ma il risultato è sempre uno scempio della granita in questione. L’ignorante è facilmente individuabile per questi motivi:1- spezzetta la brioche in vari pezzi, che poi immerge interamente nel bicchiere estraendoli col cucchiaino a mò di biscotti, riducendo così la granita ad una volgare tazza di latte; 2- mangia prima la panna e poi il caffè, come un normalissimo cono-gelato; 3- toglie la mollica alla brioche perché “ingrassa” (spesso infatti l’ignorante è identificabile con la ragazzina ossessionata dalla linea, che viene trascinata dagli amici al bar e, controvoglia, deve andarci…e consumare);4- sostiene che anche lui sa fare la granita come quella che sta mangiando(sacrilegio! il superbo non sa infatti che la granita del bar è inimitabile!); 5- per ultimo ma non per gravità, lascia la granita (orrore!), perché “troppa” e il suo stomaco “delicato” non può andare oltre. Per questi motivi e per altri che forse ora sto dimenticando, l’ignorante, a mio avviso, dovrebbe essere interdetto e gli si dovrebbe vietare ogni accesso ai bar o per lo meno alla granita. L’unica granita alla quale può avvicinarsi, secondo me, è quella dei “polaretti dolfin”, più volte pubblicizzata in tv come la “vera granita siciliana”: in questo caso io faccio finta di non aver sentito.

•IL MANGIONE: questi è semplicemente la massima espressione del piacere. Lo si individua perché ha sempre le dita e il viso sporchi di granita e sorride malignamente compiaciuto mentre divora la sua preda. Generalmente riempie il bancone di molliche della brioche e termina il “sacrificio” della granita leccandosi le dita. Tutto sommato il mangione non è da buttare perché, a modo suo, anche lui gode di questo momento…e poi è il simbolo della salute!

•IL TIPO DA BAR “MONOMANO”: quest’ultima categoria comprende tutte quelle precedenti, solo che vi si differenzia per alcuni particolari. Come dice il nome infatti, il tipo da bar mangia la granita con una sola mano (in questo caso è fondamentale il suddetto bicchiere “ben piantato a terra”) perché con l’altra o gesticola durante una discussione o sfoglia il giornale scroccandolo al bar. Inoltre si distrae spesso salutando tutti coloro che entrano e offrendo loro la colazione: è un po’ il padrone non ufficiale del bar. La granita diventa per lui una sorta di “scusa” per sedersi al tavolino dalle due alle tre ore e viene ridotta così alla stregua di un semplice caffè.

APPENDICE
Nella mia famiglia posso individuare le seguenti categorie: io mi ritengo un “pignolo”, come mia mamma. Mio fratello, che ogni volta deve pulirsi con “quattordici” fazzoletti le mani, è da considerare un “mangione”. Mio padre invece è il “frettoloso”, ma per motivi di lavoro, sia ben chiaro.

giovedì 17 marzo 2011

150 anni di Unità d'Italia. Tutto comincia dal Sud.


Oggi si festeggiano i 150 anni dell’Unità d’Italia: 17 marzo 1861 (quando fu ufficialmente proclamato il Regno d’Italia) – 17 marzo 2011.
Tutto questo grazie anche a un tizio, di nome Giuseppe, detto “L’eroe dei due mondi” (mica Peppe, Pippo o Pino, come i comuni mortali) che a capo di mille volontari in camicia rossa sbarca in Sicilia, presso Marsala, e conquista il Regno delle Due Sicilie, permettendone l'annessione al nascente stato italiano.  
Ora, come insegna la vicenda del buon Garibaldi, se ci fate caso, tutto (o quasi) inizia (o è iniziato) dal Sud.
Prendiamo la letteratura. Dante, per esempio, parte da sotto(terra) per arrivare su in Paradiso e incontrare Beatrice, tra l’altro riuscendo subito a salire sulla nave (di) Caronte, senza sorbirsi interminabili file per poter varcare lo Stretto, che ai tempi si chiamava Acheronte  e che anche ai tempi presentava problemi logistici per la costruzione di un eventuale quanto ardito Ponte (a favore c’era solo la rima baciata).
Oppure Romeo che, dopo il ballo in maschera organizzato dai Capuleti, dal giardino della villa, per dichiarare il suo amore a Giulietta, si arrampica (in una metaforica scalata da Sud a Nord) sul di lei balcone (in senso edilizio) per dichiararle il suo amore. Si dice che quel giorno, su esplicita richiesta del signor Capuleti, fu inventato il “nome in lista” per l’ingresso alle feste private.
Non si dimentichi poi il tema delle grandi scoperte. Cristoforo Colombo, nel tentativo di “passare dalla strada di sotto”, tradizionalmente più breve (così, nelle città di mare, si definisce la litoranea per contrapporla alle varie tangenziali) invece di raggiungere le Indie, finisce al Nord(America), di fatto scoprendo il continente americano. Con buona pace dei vichinghi che rivendicano l’evento ma che non potranno mai competere con la bella presenza del Colombo e con il romanticismo delle tre caravelle. La smettano di indossare cappotti di mammut e copricapi con le corna e ne riparleremo.
Oppure l’Apollo 11 che, per arrivare sulla Luna, decolla verso il cielo nero e le stelle (in Italia - e a ben guardare anche sulla Luna - era notte fonda) partendo dalla Terra (o da terra, che dir si voglia).
Per non parlare dei fenomeni naturali. La lava che fuoriesce dai vulcani viene spinta con forza dal cuore remoto e meridionale della Terra e con passione e vigore sprigiona tutta la sua energia vitale fuoriuscendo al culmine del suo cammino posto a Nord sotto forma di cratere. Che poi, se ci pensate bene, l’anima rabbiosa, calda, pulsante, possente e rassicurante del pianeta è proprio il centro della Terra.  Lo si può immaginare come meglio si crede – come un nucleo caotico di  materia, come un uomo barbuto di nome Dio o come una donna dai mille tentacoli che aziona le leve del meccanismo del mondo – ma un dato è certo: rispetto ad ogni centimetro di terra o di acqua della superficie, il centro del mondo è a Sud. Inesorabilmente, perpendicolarmente, ardentemente a Sud. E da lì è iniziato tutto, con quel gomitolo formatosi col Big Bang o dalle mani di chissà quale entità primigenia, che piano piano si è ingrossato e ci ha dato vita. E lì tutto finirà. Non a caso, la fine (come l’inizio) è sempre a Sud: dalla stella che collassa su se stessa, accartocciandosi intorno al suo profondo e interno cuore meridionale, alla vita di ogni essere vivente, che termina giù, nella terra, a Sud del cielo.
Negli ultimi tempi il Sud, quello più estremo, per geografia (rispetto all’Europa) e per condizioni sociali (rispetto al mondo), si impone nuovamente come un punto di partenza. I giovani nordafricani, infatti, come un’enorme bocca divina, fanno soffiare verso Nord un vento di cambiamento. Un Libeccio (è il caso di dirlo) che ripulisce lo smog sociopolitico dei loro regimi e si diffonde con forza nell’Europa, riportando i valori di libertà e democrazia nella culla che li ha generati. Perché ogni tanto, come si suol dire, un ripasso fa sempre bene.
Il mio augurio per i 150 anni dell’Unità d’Italia è che, anche con l’aiuto di questo vento, ogni italiano, da domani, ricominci da zero. E rialzi la testa. Con un movimento del capo che, mai come in questo caso, permetta di riportare la vista degli occhi dal Sud dei propri piedi ai settentrionali occhi degli altri.

lunedì 21 febbraio 2011

L'Italia di Sanremo (2)


Premessa: “Credo che valutare il momento storico del proprio Paese, al giorno d’oggi, non sia un compito poi così difficile. Basta infatti analizzare qualsiasi fenomeno sociale per arrivare ad un risultato soddisfacente, senza bisogno di addentrarsi in complicate riflessioni politiche o culturali.. ma per il semplice fatto che manca la materia prima. Ecco perché ho deciso di fare ciò, dopo aver visto il Festival di Sanremo, fenomeno sociale per eccellenza.” Così scrivevo un anno fa ("L'Italia di Sanremo" in http://acneapolis.altervista.org/blog/)

Sanremo. Un anno dopo. Progresso o regresso, questo è il problema. Io direi un sostanziale pareggio: X in schedina, con buona pace dei bookmakers più arditi.
Devo ulteriormente premettere che quest’anno ho visto poco il Festival. A parte la serata d’apertura e qualche sprazzo nei giorni successivi, posso dire (con tiepido orgoglio) di non far parte delle percentuali di pubblico indicate sui giornali. Piuttosto faccio parte, complessivamente, della percentuale opposta. Detto ciò, non posso non spendere qualche parolina sull’evento canoro. La prima buona notizia è che finalmente ha vinto un cantante con la C maiuscola e non l’ennesimo pus fuoriuscito dalla solita ferita da fuoco “Amico”. Vecchioni, col suo fare signorile, low profile, mingherlino, è piaciuto a tutti (giovani, adulti, interisti e non) e ha meritato di vincere. Con una canzone che parla d’amore, di sogni, di libri veri, di giovani, di poesia, di memoria, di idee e di donne. Tutti argomenti ormai dimenticati. E un ripasso fa sempre bene. Soprattutto a chi crede di conoscerli, ma poi, all’atto pratico, rimane imbambolato, come un burattino penzoloni quando il burattinaio si allontana per fumare una sigaretta e lascia i fili appesi al chiodo. Perciò, almeno nell’esito finale, può davvero parlarsi di Festival della Canzone Italiana. L’altra buona notizia, infatti, è che non hanno nè vinto Al Bano nè Emma (piacere, io sono Ettore, tu chi ca**o sei??), come si era temuto alla fine. Il che fa guadagnare un sacco di punti all’intera manifestazione, dopo tutti quelli che aveva perso durante lo svolgimento. Dall’evidente impaccio di Morandi presentatore (mai superato), alla gaffe del rappresentante di RaiTrade che anticipa i risultati del televoto (che poi, come faceva Vecchioni ad essere danneggiato da tutto ciò? Si sa che l’italiano, per sua natura, si schiera col più forte e quindi l’avrebbe votato di nuovo!), fino alla ridicola par condicio ostentata dai pur bravi Luca e Paolo ed ai maldestri tentativi di Belen e della Canalis di farsi notare per altre cose che non fossero cosce, tette o culi (comunque notevoli).

Parentesi Benigni. E mica tanto parentesi. Quando si dice “dote naturale”: potrebbe leggere anche gli ingredienti del bagnoschiuma e commuovere allo stesso modo di quando recita il canto di Paolo e Francesca. Perciò, mentre fa l’esegesi dell’Inno nazionale per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia, tutta l’Italia sintonizzata su RaiUno pensa al proprio passato, riassunto con maestria e forza dallo stesso Benigni, e al suo presente, che speriamo diventi presto passato, anzi trapassato. E si unisce per davvero. Che di questi tempi è cosa rara. E infatti non mancano le critiche, legate al suo compenso “pagato con i nostri soldi”. Potrei rispondere con lo stesso qualunquismo di queste persone: preferisco darli a lui i soldi che ai nostri parlamentari. Non volevo farlo, ma mi sono visto costretto. Dispiace pensare che la cultura invocata a gran voce, in realtà debba avere il requisito della gratuità per essere accolta. Altrimenti si mette in fila con tutto il resto, finendo per galleggiare nella melma vischiosa in cui chi riesce ad uscire la faccia per preservarla dalla lordura (e non per respirare) è un re. È come chi dice di amare il cinema ma poi guarda i film in streaming. Che pena. Temo che ci vorranno altri 150 anni per comprendere quelli che sono ormai praticamente trascorsi. Per la cronaca: l’intero compenso di Benigni è stato devoluto in beneficienza. La solita trovata pubblicitaria.

sabato 1 gennaio 2011

31 dicembre.


Solo il 31 dicembre senti il profumo della cena fin dalla colazione. E il rumore dei botti di fine anno durante tutto il giorno, che pensi che non ne rimarranno più per la mezzanotte. Fai a gara con tuo fratello a chi incamera più ore di sonno in vista della nottata di festa. E perdi. Ti scopri capace di finire di leggere nel pomeriggio un libro iniziato la mattina appena sveglio. Fai gli auguri a chiunque incontri per strada. E' sorprendente come riesci ad incontrare praticamente tutti: sembrano messi lì apposta, come nel Truman show. Anche i tuoi vicini di casa, con i quali, senza accorgertene, hai già fissato l'appuntamento per il brindisi di mezzanotte e per una futura cena a base di crepes. Rispondi ai sorrisi di tua nonna, che porteresti a ballare con te se non fosse che va a letto troppo presto. E intanto scopri da amici di paesi lontani che per sconfiggere la tosse che ti trascini da settimane è sufficiente riscaldare del succo d'arancia e berlo d'un fiato aggiungendo un goccio di cognac. Studi con tuo padre la strategia migliore per assaggiare di nascosto quello che tua madre ha preparato. Fallite miseramente e vi ritrovate a correre per il corridoio come due bambini. Rincorsi dall'unica inseguitrice della storia armata solo di un sorriso. Aiuti tua madre a sistemare la tavola per il cenone e fingi di capire perchè tuo padre ha scelto quel vino e non quell'altro. Pensi a quante vite dovresti vivere per ricambiare quello che ti danno ogni giorno. E ti accorgi che in queste piccole cose sta il segreto della felicità.
Questo è stato finora il mio 31 dicembre. A mezzanotte le strade e i locali si riempiranno di voci, suoni, brindisi e abbracci. Ragazze mozzafiato coloreranno una notte che sarà buia solo sulla carta. Ma tra di loro solo una sarà per te una principessa.
Il mio augurio è che nessuno ne abbia bisogno nel 2011 perchè avrà già tutto. Siate avidi di meraviglia, amici miei!