venerdì 29 aprile 2011

I più grandi fraintesi della storia.


Berlusconi ha affermato di aver dato i soldi (tanti) a Ruby per non farla prostituire e non perché prostituta. In poche parole, è stato frainteso. Anche questa volta. E non è il primo della storia.
Hitler, ad esempio, radunava gli ebrei nei campi di concentramento per non farli morire di solitudine.
Jack lo Squartatore sventrava le prostitute perché era stato bocciato più volte all’esame di anatomia e il docente gli aveva imposto di studiare sul campo.
Al Capone faceva beneficenza ma il fisco non gli ha creduto.
Dracula era astemio ma non voleva essere da meno con gli amici.
Giuda baciò Gesù perché gli voleva bene. E Ponzio Pilato lo fece crocifiggere perché l’aveva scambiato per Barabba.
Le grandi purghe di Stalin erano in realtà un programma sanitario dell’Unione Sovietica per sconfiggere la tenia.
Dove passava Attila non cresceva più l’erba. Ma solo perché gli puzzavano i piedi.
Erode aveva ordinato la strage delle Innocenti (le macchine) perché inquinavano, ma hanno equivocato sulla preposizione articolata.
Ad Hannibal Lecter la carne gliela mandavano direttamente a casa.
Nerone bruciò Roma perché pensava che così avrebbe risparmiato sulle torce.
I talebani di Bin Laden hanno semplicemente sbagliato rotta con l’aereo e sono finiti a New York.
Torquemada, durante l’inquisizione, faceva soffrire gli interrogati perché aveva un alito pestilenziale.
Darth Vader ha fatto quello che ha fatto perché con quella specie di vaso in testa non vedeva una mazza.
Mark Chapman voleva chiedere un autografo a John Lennon ma ha sbagliato penna. Stesso dicasi per Lee Oswald con Kennedy, solo che lui voleva prendere il binocolo per vederlo meglio.
I mafiosi non esistono. Tutti i morti di mafia sono suicidi.
Gheddafi non sta sparando sui civili. Sta solo festeggiando l’arrivo degli americani con dei fuochi d’artificio.
E la lista potrebbe continuare ma mi sto facendo schifo da solo.
Insomma, tutto questo per dire che le persone possono anche provare a farci credere di essere state fraintese. Ma noi non ci facciamo prendere per il culo.

De Granita


Da assiduo e orgoglioso divoratore di granite, posso ben dire ad alta voce che Messina è il “non plus ultra” in materia e tutto il resto è solo volgare imitazione, a cominciare dalla scarsissima granita della vicina Catania per finire alla pseudo-granita romana, detta “grattachecca”, che altro non è che ghiaccio con succo di frutta. La vera granita infatti per gli appassionati, oltre ad essere un rito praticato in vari modi a seconda della persona, diventa quasi una sorta di “poesia” per i nostalgici e di “attraente donna” per i mangiatori veri e propri, che non resistono al suo fascino e si abbandonano tra le sue “dolci” braccia. La granita, si sa, ha vari gusti…dal classico limone alla fragola, fino ai gelsi, ma la “vera granita” è caffè con panna, altresì detta “mezza con panna”, proprio perché il bicchiere viene riempito generalmente per metà di granitoso caffè e per metà di morbida panna. Come tutte le altre prelibatezze dolciarie siciliane, ovviamente anche la granita-caffè, accompagnata da una o due brioche, può facilmente essere sostituita ad un pranzo ed allora c’è chi, per aggirare l’ostacolo dell’”ingrassare”, si fa mettere dal barista “un po’ più di caffè”, ed allora il bicchiere si presenterà per tre quarti marrone scuro e sopra una patina bianca…ma così la granita perde gran parte della sua bontà, e non è difficile vedere baristi che, inorriditi dalla precedente richiesta, fanno finta di non aver sentito e riempiono comunque il bicchiere per metà con la panna tra le ire dell’”altezzoso” cliente. A proposito del bicchiere, vi sono vari tipi, dal calice piuttosto alto al bicchiere vero e proprio: io prediligo quest’ultimo proprio perché “ben saldo per terra”, si mantiene in equilibrio e facilita l’operazione “immersione-brioche” senza troppi patemi d’animo. E poi c’è da analizzare anche la panna: si va da quella che si amalgama benissimo col caffè a quella che galleggia a piccoli pezzi nel bicchiere: io preferisco la prima. Come del resto preferisco la granita non troppo densa, che è anche più leggera: tutto ciò però, dal bicchiere alla panna fino alla densità della granita, è a discrezione del bar ed il mangiatore non può far altro che giudicare.
Ora passerei all’analisi dei vari tipi di “mangiatore di granita” perché mica la si mangia tutti allo stesso modo?!?…sennò il bello dov’è? Ecco quindi un elenco stilato da me dopo anni di attenta osservazione dei miei vicini “granitari” i quali, involontariamente, finiscono per rispecchiare il proprio carattere in questa piacevole operazione.

•IL PIGNOLO: tipico del pignolo è la precisione con la quale mangia la granita e la dedizione che mette nel compiere questo rito. Inizialmente mischia tra loro caffè e panna fino a farli diventare un’unica miscela mulatta dall’inizio alla fine del bicchiere (sacrilegio, se alla fine del bicchiere si intravede un briciolo di granita rimasta “da sola”). Dopo questa operazione, il pignolo passa alla fase due, ossia “mangiare”. Comincia ovviamente dalla “coppola” (o cappello) della brioche e, dopo averla divisa in due parti simmetriche, le immerge una per una nel bicchiere, ma non interamente: deve infatti restare una parte “pulita” sulla quale poggiare le dita e non sporcarle. La granita, per il pignolo, è infatti una questione solo tra bicchiere e bocca e nessun altro organo di senso deve essere coinvolto in questa sorta di viaggio verso il “nirvana della gola” (non a caso il pignolo è spesso identificato col nostalgico oppure con l’intenditore di granite). Poi continua col resto della brioche che verrà sventrata in due modi: o pezzetto per pezzetto oppure prima la parte superiore e poi quella inferiore, tutto con estrema calma, per godere di quel momento per il maggior tempo possibile: vedrete infatti spesso il pignolo che ogni due-tre bocconi chiude gli occhi e si passa la lingua sulle labbra, espressione massima del godimento.

•IL FRETTOLOSO: ovviamente contrapposto al pignolo, il frettoloso si differenzia da quest’ultimo proprio perché impiega il minor tempo possibile per mangiare la granita. Insomma non gode di quest’ultima, che viene divorata come un qualunque altro spuntino giornaliero. Il frettoloso, naturalmente in piedi al bancone e non comodamente seduto, spesso non guarda neanche la granita che sta per mangiare, limitandosi a muovere la mano dalla brioche al bicchiere e dal bicchiere alla bocca e soffermando lo sguardo magari su qualche bella ragazza seduta al tavolino di fronte. Proprio per questo il frettoloso, che paga sempre in anticipo, è spesso identificato con i giovani e con i lavoratori che approfittano di quel brevissimo momento di pausa per placare la fame.

•L’IGNORANTE: questa è la categoria più triste dei mangiatori di granita perché non sanno godere di questo momento in quanto semplicemente non ne sono capaci. Spesso infatti l’ignorante è identificabile con il turista che vuole provare le specialità del luogo oppure con un indigeno che però non è un assiduo frequentatore di bar ed ogni tanto vi entra per ricordarsi che è siciliano, ma il risultato è sempre uno scempio della granita in questione. L’ignorante è facilmente individuabile per questi motivi:1- spezzetta la brioche in vari pezzi, che poi immerge interamente nel bicchiere estraendoli col cucchiaino a mò di biscotti, riducendo così la granita ad una volgare tazza di latte; 2- mangia prima la panna e poi il caffè, come un normalissimo cono-gelato; 3- toglie la mollica alla brioche perché “ingrassa” (spesso infatti l’ignorante è identificabile con la ragazzina ossessionata dalla linea, che viene trascinata dagli amici al bar e, controvoglia, deve andarci…e consumare);4- sostiene che anche lui sa fare la granita come quella che sta mangiando(sacrilegio! il superbo non sa infatti che la granita del bar è inimitabile!); 5- per ultimo ma non per gravità, lascia la granita (orrore!), perché “troppa” e il suo stomaco “delicato” non può andare oltre. Per questi motivi e per altri che forse ora sto dimenticando, l’ignorante, a mio avviso, dovrebbe essere interdetto e gli si dovrebbe vietare ogni accesso ai bar o per lo meno alla granita. L’unica granita alla quale può avvicinarsi, secondo me, è quella dei “polaretti dolfin”, più volte pubblicizzata in tv come la “vera granita siciliana”: in questo caso io faccio finta di non aver sentito.

•IL MANGIONE: questi è semplicemente la massima espressione del piacere. Lo si individua perché ha sempre le dita e il viso sporchi di granita e sorride malignamente compiaciuto mentre divora la sua preda. Generalmente riempie il bancone di molliche della brioche e termina il “sacrificio” della granita leccandosi le dita. Tutto sommato il mangione non è da buttare perché, a modo suo, anche lui gode di questo momento…e poi è il simbolo della salute!

•IL TIPO DA BAR “MONOMANO”: quest’ultima categoria comprende tutte quelle precedenti, solo che vi si differenzia per alcuni particolari. Come dice il nome infatti, il tipo da bar mangia la granita con una sola mano (in questo caso è fondamentale il suddetto bicchiere “ben piantato a terra”) perché con l’altra o gesticola durante una discussione o sfoglia il giornale scroccandolo al bar. Inoltre si distrae spesso salutando tutti coloro che entrano e offrendo loro la colazione: è un po’ il padrone non ufficiale del bar. La granita diventa per lui una sorta di “scusa” per sedersi al tavolino dalle due alle tre ore e viene ridotta così alla stregua di un semplice caffè.

APPENDICE
Nella mia famiglia posso individuare le seguenti categorie: io mi ritengo un “pignolo”, come mia mamma. Mio fratello, che ogni volta deve pulirsi con “quattordici” fazzoletti le mani, è da considerare un “mangione”. Mio padre invece è il “frettoloso”, ma per motivi di lavoro, sia ben chiaro.

giovedì 17 marzo 2011

150 anni di Unità d'Italia. Tutto comincia dal Sud.


Oggi si festeggiano i 150 anni dell’Unità d’Italia: 17 marzo 1861 (quando fu ufficialmente proclamato il Regno d’Italia) – 17 marzo 2011.
Tutto questo grazie anche a un tizio, di nome Giuseppe, detto “L’eroe dei due mondi” (mica Peppe, Pippo o Pino, come i comuni mortali) che a capo di mille volontari in camicia rossa sbarca in Sicilia, presso Marsala, e conquista il Regno delle Due Sicilie, permettendone l'annessione al nascente stato italiano.  
Ora, come insegna la vicenda del buon Garibaldi, se ci fate caso, tutto (o quasi) inizia (o è iniziato) dal Sud.
Prendiamo la letteratura. Dante, per esempio, parte da sotto(terra) per arrivare su in Paradiso e incontrare Beatrice, tra l’altro riuscendo subito a salire sulla nave (di) Caronte, senza sorbirsi interminabili file per poter varcare lo Stretto, che ai tempi si chiamava Acheronte  e che anche ai tempi presentava problemi logistici per la costruzione di un eventuale quanto ardito Ponte (a favore c’era solo la rima baciata).
Oppure Romeo che, dopo il ballo in maschera organizzato dai Capuleti, dal giardino della villa, per dichiarare il suo amore a Giulietta, si arrampica (in una metaforica scalata da Sud a Nord) sul di lei balcone (in senso edilizio) per dichiararle il suo amore. Si dice che quel giorno, su esplicita richiesta del signor Capuleti, fu inventato il “nome in lista” per l’ingresso alle feste private.
Non si dimentichi poi il tema delle grandi scoperte. Cristoforo Colombo, nel tentativo di “passare dalla strada di sotto”, tradizionalmente più breve (così, nelle città di mare, si definisce la litoranea per contrapporla alle varie tangenziali) invece di raggiungere le Indie, finisce al Nord(America), di fatto scoprendo il continente americano. Con buona pace dei vichinghi che rivendicano l’evento ma che non potranno mai competere con la bella presenza del Colombo e con il romanticismo delle tre caravelle. La smettano di indossare cappotti di mammut e copricapi con le corna e ne riparleremo.
Oppure l’Apollo 11 che, per arrivare sulla Luna, decolla verso il cielo nero e le stelle (in Italia - e a ben guardare anche sulla Luna - era notte fonda) partendo dalla Terra (o da terra, che dir si voglia).
Per non parlare dei fenomeni naturali. La lava che fuoriesce dai vulcani viene spinta con forza dal cuore remoto e meridionale della Terra e con passione e vigore sprigiona tutta la sua energia vitale fuoriuscendo al culmine del suo cammino posto a Nord sotto forma di cratere. Che poi, se ci pensate bene, l’anima rabbiosa, calda, pulsante, possente e rassicurante del pianeta è proprio il centro della Terra.  Lo si può immaginare come meglio si crede – come un nucleo caotico di  materia, come un uomo barbuto di nome Dio o come una donna dai mille tentacoli che aziona le leve del meccanismo del mondo – ma un dato è certo: rispetto ad ogni centimetro di terra o di acqua della superficie, il centro del mondo è a Sud. Inesorabilmente, perpendicolarmente, ardentemente a Sud. E da lì è iniziato tutto, con quel gomitolo formatosi col Big Bang o dalle mani di chissà quale entità primigenia, che piano piano si è ingrossato e ci ha dato vita. E lì tutto finirà. Non a caso, la fine (come l’inizio) è sempre a Sud: dalla stella che collassa su se stessa, accartocciandosi intorno al suo profondo e interno cuore meridionale, alla vita di ogni essere vivente, che termina giù, nella terra, a Sud del cielo.
Negli ultimi tempi il Sud, quello più estremo, per geografia (rispetto all’Europa) e per condizioni sociali (rispetto al mondo), si impone nuovamente come un punto di partenza. I giovani nordafricani, infatti, come un’enorme bocca divina, fanno soffiare verso Nord un vento di cambiamento. Un Libeccio (è il caso di dirlo) che ripulisce lo smog sociopolitico dei loro regimi e si diffonde con forza nell’Europa, riportando i valori di libertà e democrazia nella culla che li ha generati. Perché ogni tanto, come si suol dire, un ripasso fa sempre bene.
Il mio augurio per i 150 anni dell’Unità d’Italia è che, anche con l’aiuto di questo vento, ogni italiano, da domani, ricominci da zero. E rialzi la testa. Con un movimento del capo che, mai come in questo caso, permetta di riportare la vista degli occhi dal Sud dei propri piedi ai settentrionali occhi degli altri.

lunedì 21 febbraio 2011

L'Italia di Sanremo (2)


Premessa: “Credo che valutare il momento storico del proprio Paese, al giorno d’oggi, non sia un compito poi così difficile. Basta infatti analizzare qualsiasi fenomeno sociale per arrivare ad un risultato soddisfacente, senza bisogno di addentrarsi in complicate riflessioni politiche o culturali.. ma per il semplice fatto che manca la materia prima. Ecco perché ho deciso di fare ciò, dopo aver visto il Festival di Sanremo, fenomeno sociale per eccellenza.” Così scrivevo un anno fa ("L'Italia di Sanremo" in http://acneapolis.altervista.org/blog/)

Sanremo. Un anno dopo. Progresso o regresso, questo è il problema. Io direi un sostanziale pareggio: X in schedina, con buona pace dei bookmakers più arditi.
Devo ulteriormente premettere che quest’anno ho visto poco il Festival. A parte la serata d’apertura e qualche sprazzo nei giorni successivi, posso dire (con tiepido orgoglio) di non far parte delle percentuali di pubblico indicate sui giornali. Piuttosto faccio parte, complessivamente, della percentuale opposta. Detto ciò, non posso non spendere qualche parolina sull’evento canoro. La prima buona notizia è che finalmente ha vinto un cantante con la C maiuscola e non l’ennesimo pus fuoriuscito dalla solita ferita da fuoco “Amico”. Vecchioni, col suo fare signorile, low profile, mingherlino, è piaciuto a tutti (giovani, adulti, interisti e non) e ha meritato di vincere. Con una canzone che parla d’amore, di sogni, di libri veri, di giovani, di poesia, di memoria, di idee e di donne. Tutti argomenti ormai dimenticati. E un ripasso fa sempre bene. Soprattutto a chi crede di conoscerli, ma poi, all’atto pratico, rimane imbambolato, come un burattino penzoloni quando il burattinaio si allontana per fumare una sigaretta e lascia i fili appesi al chiodo. Perciò, almeno nell’esito finale, può davvero parlarsi di Festival della Canzone Italiana. L’altra buona notizia, infatti, è che non hanno nè vinto Al Bano nè Emma (piacere, io sono Ettore, tu chi ca**o sei??), come si era temuto alla fine. Il che fa guadagnare un sacco di punti all’intera manifestazione, dopo tutti quelli che aveva perso durante lo svolgimento. Dall’evidente impaccio di Morandi presentatore (mai superato), alla gaffe del rappresentante di RaiTrade che anticipa i risultati del televoto (che poi, come faceva Vecchioni ad essere danneggiato da tutto ciò? Si sa che l’italiano, per sua natura, si schiera col più forte e quindi l’avrebbe votato di nuovo!), fino alla ridicola par condicio ostentata dai pur bravi Luca e Paolo ed ai maldestri tentativi di Belen e della Canalis di farsi notare per altre cose che non fossero cosce, tette o culi (comunque notevoli).

Parentesi Benigni. E mica tanto parentesi. Quando si dice “dote naturale”: potrebbe leggere anche gli ingredienti del bagnoschiuma e commuovere allo stesso modo di quando recita il canto di Paolo e Francesca. Perciò, mentre fa l’esegesi dell’Inno nazionale per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia, tutta l’Italia sintonizzata su RaiUno pensa al proprio passato, riassunto con maestria e forza dallo stesso Benigni, e al suo presente, che speriamo diventi presto passato, anzi trapassato. E si unisce per davvero. Che di questi tempi è cosa rara. E infatti non mancano le critiche, legate al suo compenso “pagato con i nostri soldi”. Potrei rispondere con lo stesso qualunquismo di queste persone: preferisco darli a lui i soldi che ai nostri parlamentari. Non volevo farlo, ma mi sono visto costretto. Dispiace pensare che la cultura invocata a gran voce, in realtà debba avere il requisito della gratuità per essere accolta. Altrimenti si mette in fila con tutto il resto, finendo per galleggiare nella melma vischiosa in cui chi riesce ad uscire la faccia per preservarla dalla lordura (e non per respirare) è un re. È come chi dice di amare il cinema ma poi guarda i film in streaming. Che pena. Temo che ci vorranno altri 150 anni per comprendere quelli che sono ormai praticamente trascorsi. Per la cronaca: l’intero compenso di Benigni è stato devoluto in beneficienza. La solita trovata pubblicitaria.

sabato 1 gennaio 2011

31 dicembre.


Solo il 31 dicembre senti il profumo della cena fin dalla colazione. E il rumore dei botti di fine anno durante tutto il giorno, che pensi che non ne rimarranno più per la mezzanotte. Fai a gara con tuo fratello a chi incamera più ore di sonno in vista della nottata di festa. E perdi. Ti scopri capace di finire di leggere nel pomeriggio un libro iniziato la mattina appena sveglio. Fai gli auguri a chiunque incontri per strada. E' sorprendente come riesci ad incontrare praticamente tutti: sembrano messi lì apposta, come nel Truman show. Anche i tuoi vicini di casa, con i quali, senza accorgertene, hai già fissato l'appuntamento per il brindisi di mezzanotte e per una futura cena a base di crepes. Rispondi ai sorrisi di tua nonna, che porteresti a ballare con te se non fosse che va a letto troppo presto. E intanto scopri da amici di paesi lontani che per sconfiggere la tosse che ti trascini da settimane è sufficiente riscaldare del succo d'arancia e berlo d'un fiato aggiungendo un goccio di cognac. Studi con tuo padre la strategia migliore per assaggiare di nascosto quello che tua madre ha preparato. Fallite miseramente e vi ritrovate a correre per il corridoio come due bambini. Rincorsi dall'unica inseguitrice della storia armata solo di un sorriso. Aiuti tua madre a sistemare la tavola per il cenone e fingi di capire perchè tuo padre ha scelto quel vino e non quell'altro. Pensi a quante vite dovresti vivere per ricambiare quello che ti danno ogni giorno. E ti accorgi che in queste piccole cose sta il segreto della felicità.
Questo è stato finora il mio 31 dicembre. A mezzanotte le strade e i locali si riempiranno di voci, suoni, brindisi e abbracci. Ragazze mozzafiato coloreranno una notte che sarà buia solo sulla carta. Ma tra di loro solo una sarà per te una principessa.
Il mio augurio è che nessuno ne abbia bisogno nel 2011 perchè avrà già tutto. Siate avidi di meraviglia, amici miei!

domenica 7 marzo 2010

Viaggio.

Adoro viaggiare. Ma non per i soliti luoghi comuni legati al bisogno di evadere, vedere posti nuovi e conoscere diverse culture. No. Piuttosto, per una serie di sensazioni che solo il viaggio riesce a trasmettermi. Ma non il viaggio lungo, ben organizzato e in gruppo. Bensì il viaggio breve, organizzato quanto basta e con al massimo due o tre compagni o, ancor meglio, da solo.
Credo che il luogo che meglio si presta a descrivere questi miei pensieri è la stazione ferroviaria. Un luogo magico, nel suo caos e nella sua meravigliosa dinamicità, che mi ha sempre affascinato. A volte ringrazio i ritardi dei treni, perché mi permettono di rimanere in stazione per un po’. Allora mi scelgo un posto defilato ed osservo. Osservo la gente che va e viene. Giù da un treno e subito tra le braccia di parenti o amici. Oppure di corsa a prendere la coincidenza. O tranquillamente verso casa. O di corsa al bagno. O con calma a mangiare qualcosa. C’è chi cammina con il carrello carico di bagagli. E chi senza neanche una borsetta. Chi si lascia trasportare dalla folla e nel mentre legge un giornale. E chi si abbandona a lunghe conversazioni al cellulare. Chi si attarda con la fidanzata sulla banchina. E chi cerca di andarsene il più presto possibile (anche dalla fidanzata!). Ogni persona è come una goccia di pioggia. Indipendente. Ma insieme alle altre, una volta arrivata a terra, diventa acqua. Che inevitabilmente, senza volerlo, si canalizza verso un tombino. Così ogni persona, vuoi o non vuoi, nella sua solitudine necessaria, dovrà convogliare o verso l’entrata o verso l’uscita della stazione. Riesco a scorgere, lì fermo nella mia postazione da vedetta, tutti i pensieri della gente sospesi a mezz’aria, il più delle volte connessi allo scopo del viaggio effettuato o da effettuare. Per facilitarmi il compito, dò loro una forma. Se ognuno di essi fosse un coriandolo, mi immagino la stazione come una gigantesca festa di carnevale. Oppure, se ognuno di essi fosse una stella, mi ritrovo all’improvviso sospeso nel bel mezzo di una galassia.
Quando entro in stazione e mi fermo sulla banchina in attesa del treno, avverto sempre un brivido lungo la schiena. Non so perché. È lo stesso brivido che provavo quando da bambino, giocando a nascondino, riuscivo a nascondermi in un posto dove ero sicuro che non mi trovasse nessuno. E lì attendevo la fine del gioco, godendomi i rumori e le urla dei miei amici che, prima o poi, ero sicuro, sarebbero usciti allo scoperto. È una sensazione strana. Un misto di sicurezza e ansia, felicità e malinconia. Ma intanto rimango lì. Un tutt’uno col mio bagaglio a tracolla. Ogni cosa è al posto giusto. Anche me stesso. Come mi suggerisce il titolo di un libro che ho letto tempo fa, è una “perfezione provvisoria”. Il ritardo del treno, il nonno che tiene stretta la mano del nipotino, lo studente che ascolta la musica, gli occhi di due ragazzi che sono rivolti verso il punto da cui arriverà il treno, ma che in realtà guardano al futuro, il barbone alloggiato sulla panchina, il vecchio capotreno, l’inserviente che attraversa a piedi i binari, anche se è vietato. Tutto è perfetto. Per un attimo. Quanto basta.
Se è vero che la vita è un viaggio, allora chi non ama l’idea del viaggio non vive. Per quanto mi riguarda, mi basterà sentire il brivido di cui ho parlato prima, ogni volta che sarò in procinto di viaggiare, per sentirmi vivo. E allora, in piedi sulla banchina ferroviaria, col freddo o col sole, con la pioggia o col vento, comunque vada, mi scapperà un sorriso. Impercettibile. Involontario. Stupido. Insensato. Ma sarà il mio cenno d’intesa alla vita. Il mio occhiolino al tempo che passa. E la mia freccia per superarlo, cercando di andare più veloce di lui. Forse mi sto sbagliando. Forse, in realtà, sto solo perdendolo, il tempo. Ma ne sarà comunque valsa la pena.

domenica 21 febbraio 2010

L'Italia di Sanremo

Credo che valutare il momento storico del proprio Paese, al giorno d’oggi, non sia un compito poi così difficile. Basta infatti analizzare qualsiasi fenomeno sociale per arrivare ad un risultato soddisfacente, senza bisogno di addentrarsi in complicate riflessioni politiche o culturali.. ma per il semplice fatto che manca la materia prima.
Ecco perché ho deciso di fare ciò, dopo aver visto il Festival di Sanremo, fenomeno sociale per eccellenza. Gli esiti e lo sviluppo dell’intera manifestazione mi hanno lasciato perplesso, per usare un eufemismo.
Cito alcuni episodi.
Riammettere in gara, attraverso il televoto, 2 di 5 canzoni escluse (giustamente) dalla giuria tecnica dell’orchestra, ha costituito, a mio parere, una vera e propria “offesa” al concetto di musica, che deve essere la protagonista (se di livello) di un Festival della canzone italiana. Se poi penso che le 2 canzoni erano interpretate (e in parte scritte) dall’ennesimo concorrente di una delle tante trasmissioni spazzatura della nostra amata tv e da un trio composto da un noto cantante biscazziere, un reale esiliato e tornato a fare il ballerino in Italia e un povero tenore vittima della situazione, mi viene il freddo. Che diventa gelo quando le 2 canzoni arrivano in finale ed una addirittura vince, a scapito di altre canzoni ed altri artisti di livello sicuramente superiore (ma stroncati dal suddetto televoto). Quando dico che il diritto al voto è il vero nemico della democrazia, non credo di avere poi così tanto torto. Soprattutto perché penso che i “tele votanti” sono anche coloro che votano i politici italiani. Nel mezzo, un unico grande strumento di propaganda, che narcotizza e appiattisce la collettività (o comunque gran parte di essa): la televisione, con i suoi programmi da “populino” che imperversano con uno share sempre alle stelle. Insomma, il problema “italiano” è un problema palesemente culturale, nel senso più puro del termine.
Ma non c’è solo questo.
Emblema dell’Italia di oggi è anche stata l’apparizione del ct della nazionale italiana di calcio sul palco dell’Ariston in qualità di accompagnatore (pensa un po’!) del suddetto trio. Contravvenendo al regolamento del Festival, con un atteggiamento squallido (e a tratti infame), ha iniziato a sproloquiare prima dell’esibizione musicale, citando gli italiani all’estero e paragonandone le sorti al reale di cui sopra (sic!) e ricordando il ct della nazionale di ciclismo, scomparso qualche giorno prima in un incidente, al solo fine di “salvare” le sorti di una canzonetta. Al termine della stessa, eccolo riapparire sul palco, abbracciando gli interpreti stile “padrino” (ma un “padrino” fatto male!). E il direttore artistico del Festival, invece di condannare e sanzionare questa evidente violazione, l’ha giustificata in quanto “si trattava del ct della nazionale italiana di calcio: non me la sono sentita di fermare un'icona italiana”. Questo perché la legge è uguale per tutti, ma alcuni sono più uguali degli altri. E sto parlando di un episodio insignificante, cui si applica però un principio, tutto italiano, che ritroviamo anche su larga scala ed in circostanze ben più importanti e delicate (un indizio: uomini politici e giudizi pendenti. Cosa o chi vi ricorda?).
E concludo con altri 2 episodi, entrambi tratti dall’ultima serata del Festival.
Un noto giornalista e conduttore televisivo irrompe sul palco, intervista tre operai di Termini Imerese e poi dà la parola, sul tema, a 2 politici presenti in sala. Non si capisce perché l’abbia fatto: certo non si può risolvere il problema della disoccupazione con un intervento in diretta al Festival di Sanremo! Ma questo il buon vecchio giornalista lo sa. Sa anche però che coinvolgere 2 politici di opposte fazioni crea sempre scompiglio. E lo scompiglio crea share. Come insegnano le trasmissioni-ciarpame di cui sopra. E se anche gli fosse sfuggito qualche volta questo concetto, ha la fortuna di poter sempre contare sull’”aiuto da casa” che gli ricorda come si fa, essendo stata la moglie ad inventare questo triste e fangoso gioco (o forse “giogo”?) televisivo.
Evito di approfondire il tema dell’intervento di questi c.d. “uomini politici”, limitandomi a ricordare (per verificare la mia memoria e lucidità mentale, non per altro!) l’”ominicchio” di Sinistra subissato dai fischi e subito rintanatosi nella sua comoda e sicura poltrona della platea ed il “pagliaccio” di Destra, applaudito ed acclamato a gran voce e circondato dai suoi accoliti che placavano le (poche) contestazioni con gestualità da regime (peccato che avessero dimenticato i manganelli nel soprabito appeso al guardaroba dell’Ariston!).
Infine, la breve apparizione della banda dell’Arma dei Carabinieri. Agghindati come alberi di Natale e luccicanti più dei loro strumenti, eseguono il motivetto di Star Wars (che c’entra?) e la “Fedelissima”, diretti da un fin troppo “aggraziato” Colonnello, con il suo vistoso copricapo a forma di vulcano e con tanto di lunga spada d’ordinanza alla cintola. Alla loro uscita dal teatro, passando per la platea, tutti in piedi ad applaudire.
Questa è l’Italia. Bisogna farsi una ragione. O forse un esame di coscienza.